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DOI 10.1711/3162.31435 Scarica il PDF (59,0 kb)
Rich&Piggle 2019;27(2):204-206



Io e te
ludovica andrea februo



Io e te è l’ultimo film diretto da Bernardo Bertolucci (2012) tratto dall’omonimo romanzo del 2010 di Nicolò Ammaniti. È un film sull’adolescenza, sulla vitalità che la caratterizza e sui processi che la abitano.
La pellicola è piacevole e intrigante grazie all’autenticità e alla forza della prova attoriale dei due giovanissimi protagonisti e all’uso della camera di un Bertolucci curioso e maturo, costretto sulla sedia a rotelle, proprio come lo psicoterapeuta che vediamo parlare con Lorenzo nella prima scena del film. In questa immagine di apertura, che contiene un breve dialogo tra paziente e terapeuta, Bertolucci sembra dichiarare fin da subito il suo intento: dare spazio al quattordicenne Lorenzo, alla sua ritrosia e a una certa superbia che parlano di un antico e attuale dolore, al suo corpo acerbo e alle trasformazioni che avverranno.
La trama, sintetizzata, è la seguente: Lorenzo, adolescente schivo e problematico in cura per le sue difficoltà nel relazionarsi con gli altri e nell’affrontare processi di crescita, finge di partire con la scuola per la settimana bianca e approfitta per trascorrere una settimana nascosto nella cantina del palazzo in cui abita, invisibile agli altri e lontano dai conflitti che non riesce ad affrontare. La sua quiete viene inaspettatamente turbata da Olivia, prima figlia tossicodipendente di suo padre, che compare nel suo nascondiglio in cerca di alcuni oggetti riposti in cantina e decide di passare alcuni giorni lì con lui per disintossicarsi, rompendo forzatamente la condizione di ritiro volontario di Lorenzo e costringendolo ad un confronto con l’alterità e la sofferenza.
Una delle domande che il film pone potrebbe essere la seguente: cosa succede “in cantina” nell’incontro tra Lorenzo e Olivia che ha un valore trasformativo per entrambi?
Lorenzo richiama il ritratto dell’adolescente di oggi così come lo ha definito Pietropolli Charmet, “fragile e spavaldo”: un piccolo Narciso che si deve sottrarre allo sguardo altrui perché troppo minacciato dalla possibilità di essere umiliato, di doversi vergognare della propria invisibilità sociale; un adolescente che nega i propri bisogni di dipendenza affettiva e ispessisce la barriera difensiva che lo ripara dalla possibilità di fallire e di non piacere, ma che impedisce anche di godere dell’incontro con l’altro. Il ragazzo ha un armadillo nella sua camera, animale dalla spessa corazza e dalle abitudini crepuscolari, che vediamo girare senza sosta nella sua gabbia tracciando un percorso che disegna il simbolo dell’infinito, protetto dai pericoli esterni, ma chiuso in una condizione di isolamento. Intimamente turbato dal caos di emozioni e sensazioni che riaffiorano in adolescenza, Lorenzo è anche un piccolo Edipo che deve rivisitare il rapporto con una madre che non riesce né ad avvicinare né ad allontanare e con un padre sentito come irraggiungibile e distante.
Mentre i genitori pensano sollevati che il figlio stia facendo progressi nella crescita e sia partito per trascorrere una settimana con i coetanei, il ragazzo esclude il mondo e si rifugia in cantina, portando con sé provviste di cibo e un formicaio; quest’ultimo sembra una metafora per raccontare il suo rapporto con le emozioni. Lorenzo dall’esterno osserva e controlla le formichine-emozioni, compiaciuto del loro ordine laborioso che non lascia emergere il caos; allo stesso tempo è lui stesso una formichina che dall’interno del contenitore-cantina guarda distante la realtà senza poterla vivere pienamente. Apparentemente sicuro nel suo nascondiglio, lo osserviamo tradire il bisogno di una presenza affettuosa quando porta vicino al suo letto un cane di porcellana a cui lancia un’occhiata prima di dormire. Così come in una scena precedente, prima del ritiro in cantina, lo abbiamo visto senza la sua corazza, più autentico e affettuoso, andare a trovare la nonna anziana ricoverata in una clinica, parlare e scherzare con lei.
D’improvviso in cantina irrompe Olivia: bella, perturbante, sfacciata, familiare e sconosciuta allo stesso tempo, impone la sua presenza ad un Lorenzo infastidito e schivo, il quale prova, senza successo, a cacciarla via. “Non ce l’ho posto per te, non ci stiamo in due qui!”, grida Lorenzo, ma la ragazza, minacciandolo di svelare il suo nascondiglio, rimane in cantina per disintossicarsi, aggrappata al desiderio di ricominciare una nuova vita. La convivenza è difficile; la ragazza ha forti crisi d’astinenza, grida, si contorce, trema. Lorenzo origlia, la spia, la studia, la avvicina e la rifiuta; è incuriosito, attratto e molto turbato da questa invasione sconvolgente e inaspettata. L’emotività, la fragilità, i bisogni di affetto e di dipendenza che Lorenzo aveva provato a lasciare fuori dalla cantina, si presentano adesso in una forma viva ed esasperata, impersonati dalla affascinante e tormentata sorellastra siciliana. Olivia in preda a dolori atroci da astinenza si scaglia con forza su Lorenzo: in un violento scontro tra i due corpi, carico di dolore e di rabbia, il formicaio va in frantumi e gli sguardi sofferenti dei due fratelli si incontrano in una richiesta d’aiuto, in un disperato bisogno dell’altro.
Lorenzo esce dalla cantina e prende dei sonniferi per Olivia per sollevarla dai sintomi insopportabili. Da questo momento il loro incontro diventa sempre più intimo, affettuoso. Il desiderio e la curiosità prevalgono sulle difficoltà e sulla paura. In una cantina finalmente disordinata, Lorenzo si avvicina a questa sorella sconosciuta e i ragazzi si confrontano anche sulla loro storia familiare; si ride, ci si commuove, si soffre e ci si diverte con loro. Giocano come due adolescenti. Dopo essersi segretamente riforniti di cibo e birra dal frigo di casa, cenano insieme e festeggiano il loro incontro. Olivia sembra aver superato le crisi più dure (nonostante preoccupi molto la sua “tenuta”) e con la sua saggezza sgangherata aiuta Lorenzo, il quale può mostrarsi più spontaneo e prendersi un po’ meno sul serio!
In una scena molto commovente Olivia trascina Lorenzo “in pista” e ballano stretti l’uno all’altra sulle note di Ragazzo solo, ragazza sola di David Bowie (versione italiana di Space Oddity). Si fanno una promessa reciproca: l’uno di non nascondersi più, l’altra di non drogarsi. Alla fine della loro settimana li vediamo chiudere la cantina e uscire in strada per tornare ognuno alla propria vita. Olivia, spaventata, dice al fratello: “non ce la faccio”. Lorenzo risponde “sì che ce la fai, ci sono qua io”.
Il regista dedica il film a suo fratello venuto a mancare proprio nel 2012 e, dopo sei anni dal compimento di questo suo ultimo lavoro, ci ha lasciati anche lui. Al centro delle trasformazioni psichiche dei protagonisti c’è proprio la relazione affettuosa e profonda tra fratelli i quali, riconoscendosi in un destino e un’origine comune, possono riprendere il cammino della loro costruzione identitaria e attraversare la sofferenza, in un gioco di rispecchiamenti e legami, ma anche limiti e ineludibili differenze. Come scrive Rainer Maria Rilke l’amore consiste in questo: che due solitudini si custodiscano, delimitino e salutino a vicenda. Il film si chiude in strada, sulle note di Space Oddity, con un fermo immagine sul sorriso di Lorenzo che parla di un’apertura verso il presente e un futuro ancora tutto da costruire.

Ragazzo solo, ragazza sola

“Dimmi ragazzo solo dove vai,
Perché tanto dolore?
Hai perduto senza dubbio un grande amore
Ma di amori è tutta piena la città…”


Il Pensiero Scientifico Editore
Riproduzione e diritti riservati  |   ISSN online: 2038-2499