Configurazioni familiari

del nostro tempo



Introduzione

paola balducci


L’interesse psicoanalitico rivolto allo sviluppo intrapsichico del bambino e dell’adolescente è ormai da tempo imprescindibilmente legato allo studio dell’emergere dell’individuo nell’intersoggettività familiare e gruppale nonché al tema delle trasmissioni emozionali e affettive caratterizzanti i primi legami che si istaurano tra genitori e figli, in un’ottica al contempo interpersonale e transgenerazionale.

Già Donald Meltzer ne “Il ruolo educativo della famiglia” (1986) sottolineava come questa sia luogo di apprendimento, snodo di formazione dell’identità individuale. È all’interno del nucleo familiare che, attraverso l’esperienza quotidiana ripetuta di modalità relazionali ad essa specifiche, il bambino apprende in quale modo si possono decodificare le esperienze di vita e quindi conoscere la realtà.

Che il gruppo primario familiare rappresenti allo stesso tempo la cornice e il processo in cui è inscritto lo sviluppo dell’Io, viene sostenuto più recentemente da René Kaës (2007), il quale riprende il concetto di gruppo psichico di Freud, in una visione dell’apparato psichico dove sono fondanti l’intersoggettività e la formazione del soggetto nel legame.

A prescindere dagli orientamenti teorici di riferimento, gli psicoterapeuti dell’età evolutiva concordano ormai che la famiglia vada inserita a pieno titolo, fin dagli esordi, nel processo terapeutico che riguarda i giovani pazienti, sia come istanza educativa che fantasmatica. Un contesto familiare che va analizzato nel suo ciclo di vita, esaminando al contempo le sue specifiche qualità d’interazione come la sua struttura intergenerazionale.

Di qui la necessità di tenere continuamente viva e aggiornata la nostra ricerca sul tema della genitorialità sulla base dei dati clinici, nonché degli aspetti culturali e sociali così frequentemente mutevoli.

 

Questo Focus nasce dall’intento di osservare più da vicino alcune delle possibili forme di famiglia nelle quali i bambini di oggi possono nascere o trovarsi a crescere, come le famiglie omogenitoriali, con genitori dello stesso sesso o le famiglie monogenitoriali, con un solo genitore, per scelta dell’adulto.

I lavori qui raccolti propongono una riflessione su come si organizzino e si declinino le funzioni genitoriali in contesti familiari diversi da quelli tradizionali e come ciò necessariamente comporti, per noi psicoterapeuti, un aggiornamento delle nostre pratiche e teorie di riferimento.

Gli scritti sono concepiti come “sonde” per scandagliare lo stato delle nostre conoscenze sulle attuali strutture parentali, nel tentativo di declinare l’assetto psicoanalitico e le acquisizioni cliniche in relazione ai bisogni sempre più specifici che caratterizzano il funzionamento di diversi tipi di famiglie.

Si dipanano in questo Focus numerosi interrogativi, sul vissuto degli adulti e dei bambini che sperimentano nuove e a volte complesse articolazioni familiari, sulle peculiarità delle relazioni che si esprimono al loro interno, sulle implicazioni e la particolarità delle vicende dello sviluppo dell’identità dei figli come pure, sul versante controtransferale, degli psicoterapeuti che li incontrano.

Il lavoro di Daniela Lucarelli ricostruisce in modo molto dettagliato come tale percorso di ricerca non possa prescindere dallo studio dell’incidenza dei fattori culturali e di quelli psichici nonché dall’ interrogarci sul nostro modello implicito di famiglia e sull’adeguatezza degli strumenti di cui disponiamo per incontrare le famiglie che non rispecchiano il triangolo classico padre-madre e figlio, fulcro della concettualizzazione psicoanalitica. Vedremo in questo contributo in che modo le famiglie omogenitoriali impongano necessariamente una rimodulazione della narrativa psicoanalitica classica.

In una prospettiva che si proietti oltre l’attuale, quali sono i possibili punti di discordanza o di convivenza tra quanto osservato in queste configurazioni familiari, in termini di fantasie e modelli di relazione, con i concetti cardine della psicoanalisi, come il complesso edipico, l’identificazione con il genitore dello stesso sesso, la parzialità o l’unità dell’oggetto introiettato, solo per citarne alcuni?

Sappiamo che la ricerca scientifica non sia da intendersi come un’autorità a priori e che di essa è corretto rivedere e aggiornare i postulati. La curiosità e la ricerca della verità sono alla base della mente del ricercatore come dell’analista. Lo stesso Sigmund Freud sosteneva la provvisorietà delle premesse teoriche in psicoanalisi, concedendo ai suoi concetti supremi una non del tutto definita chiarezza, in attesa di verifiche dal futuro (Freud S., 1892).

Ma se si allarga lo sguardo alle evidenze scientifiche fuori dall’ambito psicoanalitico, gli assi portanti stessi della teoria psicoanalitica rischiano di essere messi a dura prova nella loro tenuta.

La disamina degli studi accademici sul tema delle famiglie con genitori dello stesso sesso, negli ultimi quarant’anni, infatti riporta, dei dati solidi, secondo i quali i genitori dello stesso sesso si predispongono alle cure e alla protezione dei figli così come i genitori delle famiglie tradizionali, mentre i bambini cresciuti da genitori dello stesso sesso non incontrano un maggior numero di problemi di sviluppo rispetto ai bambini cresciuti in famiglie con due genitori eterosessuali.

Da questi studi, inoltre, non emergono particolari evidenze che i bambini con genitori dello stesso sesso sviluppino uno specifico orientamento verso l’omosessualità. Susan Golombok (2015) afferma che sia la qualità delle relazioni familiari e del più ampio ambiente sociale ad avere maggiore influenza sullo sviluppo psicologico del bambino piuttosto che la loro quantità, il genere e l’orientamento sessuale delle figure genitoriali o ancora il metodo di concepimento. Il fattore chiave, evidenziato dai vari autori, che certamente ha un impatto negativo sul sereno sviluppo del bambino, risiede nel pregiudizio proveniente dal contesto ambientale che circonda da vicino la cerchia familiare.

Nel contributo di Mario Priori, denso di suggestioni cliniche, si osserva come la complicata questione dei diritti delle famiglie omogenitoriali nel panorama giuridico nazionale e internazionale quando anche trovi soluzioni che sembrano aggirare tali problematiche, com’è il caso delle coppie gay che si rivolgono alla Gestazione Per Altri (GPA) in paesi stranieri, non mette di certo questi nuclei familiari al riparo da vissuti che richiedono talvolta complicati passaggi esperienziali, coinvolgendo genitori e figli.

Riportando queste riflessioni in una prospettiva di ricerca psicoanalitica, sono molteplici le questioni che rimangono ancora da esplorare. Occorre approfondire in che modo, all’interno di una famiglia omogenitoriale, il bambino giunga per esempio a costruirsi un’immagine interna dei genitori, in relazione al loro genere sessuale, così come da lui sperimentato nella vita quotidiana; o quali siano le esperienze che i figli delle coppie omosessuali si trovano ad elaborare per arrivare ad integrare la consapevolezza del proprio orientamento sessuale nel corso della costruzione della propria identità differenziata e separata da quella dei genitori.

Inoltre, volgendo lo sguardo alla tecnica psicoanalitica, quali sono le implicazioni cliniche che possono svilupparsi nella stanza di analisi in relazione al terapeuta che come elemento terzo, sia impegnato a costruire uno spazio di pensabilità circa i bisogni di genitori e figli?

Come clinici si è chiamati ad un confronto franco con la propria visione circa l’orientamento sessuale e le scelte procreative dei nostri pazienti e sfidati a garantire ai propri interlocutori, bambini, adolescenti, genitori, un assetto autenticamente psicoanalitico, sufficientemente libero da stereotipi e ideologie. Si tratta di sostenere un dialogo nel quale l’alterità sia riconosciuta e rispettata attivando quella funzione psicoanalitica della mente in grado allo stesso tempo di mantenere la relazione con l’altro insieme ad un’autentica riflessione su sé stessi.

Più in generale ciò richiede allo psicoterapeuta un’analisi attenta delle esperienze e delle fantasie che accompagnano le diverse forme del concepire un figlio e di essere genitori. Occorre venire necessariamente a patti con un modello di famiglia desiderata, come risultante di comportamenti e fantasie interiorizzate, dell’appartenenza a gruppi sociali e professionali, del bagaglio di riferimenti teorici e concetti psicoanalitici, e così via.

Attualmente l’argomento della filiazione, anche quando non alimenti la nostra curiosità scientifica, è una questione che entra sovente nella nostra quotidianità tramite le notizie sui cambiamenti del nostro codice civile, il dibattito sui diritti dei figli e dei genitori omosessuali o i risultati dei lavori dei comitati di bioetica.

Ma la riflessione comune sulla filiazione, anche in ambito accademico, appare ancora molto relegata ai problemi visibili e concreti che quest’ultima crea malgrado, come abbiamo detto, sia questione profondamente inscritta nello psichismo umano.

Janine Chasseguet Smirgel (1985) contribuisce a dipanare i motivi di questa discontinuità di studio, postulando che, riguardo alla filiazione, nella nostra psiche esista comunque una lotta tra due desideri contraddittori: quello di accettare la filiazione con tutto ciò che essa comporta, ovvero il riconoscimento della realtà, insieme al bisogno di sbarazzarcene.

Secondo l’autrice, se è vero infatti, che tutti portiamo in noi un desiderio di sfuggire ai rapporti di parentela, allo stesso tempo sentiamo la necessità di coinvolgerci in essi e di portarli avanti, in quanto la filiazione, offrendoci un posto nella linea tra gli avi e i discendenti, ci assicura un certo senso di eternità.

Per quanto riguarda le forme di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) ella pone un interrogativo a mio avviso rilevante, ovvero se sotto le mentite spoglie degli attuali cambiamenti, resi possibili dalle nuove tecnologie, si possa celare l’antico desiderio umano di scansare la filiazione, ovvero il rapporto di parentela, dipendenza e appartenenza.

Janine Chasseguet Smirgel esorta a riflettere con accuratezza su questi temi per evitare che le nostre conquiste più ardite possano subire una disfatta o anche essere attaccate dai più feroci integralismi.

Il contributo presentato da Nicoletta Lana ed Enrica Fondi, prosegue il lavoro di ricerca sulla PMA già pubblicato in passato in questa rivista, fornendo uno spaccato molto particolareggiato sulle vicissitudini interne e le fantasie che sottendono il desiderio di maternità in donne single che ricorrono alla PMA eterologa. Le autrici sollevano la questione della ricostruzione delle origini da parte di figli nati attraverso la PMA, nonché, grazie ad alcuni stralci clinici, mostrano l’emergere della “terzietà” all’interno di relazioni familiari madre/bambino caratterizzate dalla fusionalità.

A questo punto potremmo porci un interrogativo: la famiglia monoparentale è da considerarsi di per sé claustrofilica?

Considerando un’ottica sociologica, la monoparentalità sembra confermare l’attuale tendenza verso un familiare che ripiega al suo interno il soddisfacimento dei bisogni individuali. Una famiglia “tutto compreso” in cui la realtà esterna appare risucchiata dentro, non senza perdita di senso. A guardare bene, le famiglie monoparentali rivelano però un’impalcatura segreta comune a tutte le altre famiglie, ovvero il loro essere imperniate sulla diade madre-bambino.

Massimo Recalcati (2016) individua, a questo proposito, due immagini-sfondo che per molto tempo hanno esercitato un forte influsso sulla lettura psicoanalitica circa la funzione materna e che a suo parere meritano di essere riconsiderate alla luce degli attuali cambiamenti della famiglia. Da una parte c’è la visione di una madre potenzialmente “imprigionante”, che tiene il bambino legato a sé fino a che non si palesi la forza separatrice paterna. In questa immagine, la generatività della madre viene come depotenziata da una cornice di senso che fa coincidere la madre con l’indifferenziato, con il preverbale, sul quale solo l’intervento del padre ha il potere di dare ordine e regola. Dall’altra c’è una visione che attribuisce alla madre una funzione così esclusiva nella cura dei figli, tale da far correre il rischio di mettere in secondo ordine il fatto che il figlio sia sempre il frutto di due e mai di uno solo.

I lavori di questo Focus cercano di indagare quanto l’avere un figlio “a tutti i costi” possa alludere automaticamente ad un fantasma di appropriazione.

È vero che l’attenta pianificazione materna o paterna può rivelare un desiderio narcisistico, il desiderio di una completa autosufficienza che coinvolge il bambino in un completamento di sé. Ma sappiamo bene come la ricerca narcisistica di un bambino e il diniego della sua alterità, può essere vera per ciascun genitore, come spesso riscontriamo nel lavoro clinico con le famiglie cosiddette “tradizionali”.

In conclusione, allontanandoci dalla scena del triangolo familiare classico, rimane ancora da esplorare quali saranno le caratteristiche delle vicissitudini affettive e delle rappresentazioni legate alla situazione edipica.

Se, come André Green (1991) afferma, la causalità delle origini può essere solo una fantasia del corpo, sul corpo, e sui corpi, inclusi quelli dei propri genitori, che sono le nostre origini, nel caso della monogenitorialità occorre studiare come si potranno declinare, ad esempio, gli interrogativi del bambino attorno al proprio concepimento, alla curiosità sul corpo della madre, corpo in relazione ad una forma di terzo tutta da individuare.

C’è da chiedersi se nelle diverse configurazioni familiari il costrutto dell’Edipo sia da intendersi come una nuova variazione su un tema antico o una vera e propria nuova storia di triangolazione.

Le teorizzazioni di Melanie Klein (1945) e degli autori post kleiniani sulla precocità dell’Edipo e su un mondo interno del bambino con caratteristiche di gruppalità, hanno contribuito ad ampliare notevolmente lo spettro delle possibilità identificatorie nella triangolazione edipica classica.

Si tratta di un mondo interno che riunisce in sé una pluralità di oggetti, insieme ad elementi della personalità in relazione tra loro, in un gioco multiforme di identificazioni in cui parti di entrambi i genitori, come anche dei fratelli, si combinano e si scompongono progressivamente nel processo di sviluppo psichico del bambino, fin dalla sua nascita.

Ma è con la teorizzazione di Ronald Britton (1989) che l’impalcatura intrapsichica dell’Edipo si presta meglio a comprendere il destino degli scenari affettivi e relazionali nel familiare non tradizionale, spostando l’attenzione dall’identità sessuata dei genitori alla natura del loro legame.

Sarebbe, infatti, la capacità di tollerare il confronto con il legame speciale che unisce i suoi genitori ad offrire al bambino l’esperienza di una relazione per lui molto significativa dalla quale è escluso, ma che può osservare.

Sappiamo che per Britton è questa posizione terza a permettere l’integrazione della capacità riflessiva: la chiusura del triangolo edipico ad opera del riconoscimento del legame che unisce tra loro i genitori, delimita il mondo interno, promuovendo la capacita di tollerare la separatezza.

Al centro della ricerca, come vedremo nei lavori presentati, saranno allora le vicende della triangolazione, o meglio le varie configurazioni possibili del triangolo primario, frutto della capacità di rappresentarsi il tessuto di relazioni in cui si è inseriti; ciò che Giulio Cesare Zavattini (2000) ha chiamato il “senso interno della relazionalità”.


Riassunto

L’Autrice presenta i lavori raccolti nel Focus nell’intento di fornire una visione più aggiornata della ricerca sul tema della genitorialità, alla luce dei profondi cambiamenti culturali e sociali cui si assiste. L’articolo esplora alcune questioni poste alla riflessione psicoanalitica quando si rivolge lo sguardo a forme di famiglia che sfidano il pensiero comune, come le famiglie omogenitoriali e quelle monogenitoriali.

L’autrice mostra come lo studio sulla filiazione e le funzioni genitoriali in contesti familiari diversi da quelli tradizionali comporti necessariamente per gli psicoterapeuti un ripensamento della propria pratica clinica e dei capisaldi teorici.


Parole chiave

Genitorialità, Filiazione, Complesso Edipico, Intersoggettività Familiare

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Paola Balducci

Psicologo Psicoterapeuta Socio Ordinario AIPPI

Segretario Scientifico AIPPI - Sede Locale Roma

Docente Dipartimento Servizi Educativi e Scolastici di Roma


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