Rifugi della mente

nella contemporaneità



Introduzione1

feliciana della ratta, floriana vecchione, raffaele caprioli


Sollecitati dall’esperienza del ritiro sociale imposto dalla emergenza pandemica, di un perturbante estraneo eppure così familiare, ci siamo interrogati sui potenziali effetti che la contemporaneità, con i suoi nuovi scenari angoscianti e i radicali cambiamenti socio-culturali degli ultimi decenni, stanno determinando sullo sviluppo dell’infanzia, dell’adolescenza e della età adulta, influenzando l’evoluzione e le dinamiche intrapsichiche – intersoggettive verso una maggiore tendenza al solipsismo, isolamento e/o individualismo, piuttosto che alla propensione all’essere in relazione. 

È sembrato naturale ritornare a Steiner (1993) e alla sua concettualizzazione dei rifugi della mente come luoghi mentali in cui il soggetto si ritira quando non è in grado di sostenere la realtà perché vissuta come troppo angosciante e nei quali trionfa l’onnipotenza. Il conforto che se ne ricava, tuttavia, ha come conseguenza l’isolamento e con esso la compromissione delle relazioni interpersonali. Il soggetto va così incontro al rischio di perdere il contatto con la realtà arrivando a strutturare delle vere e proprie organizzazioni patologiche della personalità.

In un continuo dialogo inter-societario e confrontando i rispettivi modelli teorico-clinici, ci siamo interrogati su come interpretare i rifugi della mente nell’attualità e quale pluralità di significati essi possano avere in relazione alla crescita personale, cogliendo la complessità del costrutto teorico del rifugio nelle diverse espressioni che assume nel corso delle fasi evolutive della vita e in relazione al livello e alla modalità di funzionamento psichico.

Nel “Progetto di una psicologia” del 1895, Freud oppone l’esperienza di dolore all’esperienza di soddisfazione. Pontalis (1977) ci fa notare che la coppia di opposti non è piacere/dispiacere ma da una parte piacere/dispiacere (che regola l’esperienza di soddisfazione) dall’altro dolore. Questa bipolarità viene posta al principio stesso del funzionamento psichico.

Il dolore, esperienza affettiva irriducibile dell’esistenza, evoca il problema della coscienza e della percezione, confonde ogni dualismo interno/esterno, fantasia/realtà, mente/corpo, interroga sulla dimensione non verbale e affettiva, mette in tensione la posizione reciproca tra paziente e terapeuta.

Ripensare il dolore a partire da Freud assume un’importanza trasformativa nella psicoanalisi attuale che si confronta con le nuove patologie. È in esse che il dolore si può presentare inarrestabile come un’emorragia che si esprime nel fallimento della rappresentazione, nell’impossibilità a rappresentarlo.

In “Elementi di psicoanalisi” (1963), Bion sostiene che la prova del dolore in analisi si ha quando il paziente vanifica il significato dell’interpretazione, rendendo statica una situazione dinamica. È in quei momenti che il paziente mostra la sua lotta contro il cambiamento, “contro qualunque cambiamento e contro il dolore”. Il dolore diventa uno degli elementi della psicoanalisi. Bion sottolinea la necessità, da parte del terapeuta, di tener conto della capacità del paziente di sopportare il dolore perché una esperienza di dolore eccessivo può determinare un crollo psicotico. La capacità dell’analista sta allora nel cogliere l’emozione dolorosa quando questa è ancora nello stato di premonizione, “prima che essa sia diventata dolorosamente ovvia”. La premonizione è l’equivalente, nel campo delle emozioni, della preconcezione nel campo delle idee. Essa è quindi una sorta di precursore dell’emozione che deve essere colta per evitare l’insorgere di un dolore non necessario, che può portare alla disintegrazione. La premonizione del dolore è avvertita dall’analista come angoscia, un “elemento non saturo” che Meltzer (1978) collega alla distinzione kleiniana del dolore mentale in angoscia persecutoria e depressiva.

M. Klein, attraverso l’osservazione dei bambini durante le sedute di gioco, nota come alcuni suoi piccoli pazienti utilizzino il distacco dalla realtà per proteggersi dall’angoscia. Nei casi estremi, ella scrive, il distacco può essere così radicale che il bambino “è preso nella rete delle sue fantasie” (1929). Il distacco dalla realtà appare pertanto attraente, a patto però di impoverire l’Io della possibilità di fare esperienza e di svilupparsi. Con la scoperta del meccanismo dell’identificazione proiettiva, le fantasie assumono una caratteristica diversa, di vere e proprie azioni che l’Io, ancora fragile ed immaturo, compie agli oggetti esterni/interni. La relazione oggettuale, proprio in virtù dell’operare delle fantasie, acquista una dimensione spaziale/temporale assumendo la configurazione contenitore/contenuto che, successivamente alla Klein, Bion svilupperà ulteriormente. Diversamente dal ritiro, luogo nel quale il soggetto ritrae i suoi investimenti dal mondo esterno, il rifugio è qualcosa di più, un luogo scisso della mente nel quale il soggetto fantastica di entrare per nascondere/proteggere Sé, o parti di Sé e dell’oggetto dal contatto con la realtà esterna eccessivamente minacciosa o dolorosa, ma dal quale può uscire se il processo di identificazione proiettiva conserva la sua reversibilità e la scissione e la frammentazione del sé non sono eccessive. Tuttavia, se il sentimento di minaccia persiste e/o il contenitore non è sufficientemente contenitivo così da favorire la trasformazione dei contenuti minacciosi e sostenere le spinte libidiche (per esempio se la qualità dell’accudimento non è adeguata ai bisogni del bambino o è traumatizzante), persiste la necessità di rafforzare la scissione e con esso il bisogno di creare un’area di contenimento alternativa. Quando il rifugio perde la sua valenza di luogo di riparo dell’Io, nonché la permeabilità con la realtà che lo circonda e si organizza come area mentale antievolutiva, assume le caratteristiche di una organizzazione patologica (Steiner, 1993). In queste condizioni esso diviene una modalità di fuga dal reale in una realtà altra che, costituendosi come un mondo parallelo, è contemporaneamente e specularmente presente intrappolando il soggetto, impedendogli così la crescita e un contatto veritiero con la realtà stessa (ibidem).

È interessante osservare negli ultimi anni un’estensione del concetto di rifugio, da organizzazione patologica della personalità a luogo nel quale possono essere scisse e protette quelle parti di Sé che non hanno avuto accesso alla vita, né vive né morte (Grotstein, 2013).

Gli studi sugli stati prenatali e post-natali dell’esperienza infantile hanno messo in evidenza come alcune forme di ritiro osservate nei lattanti e nei bambini potrebbero aver avuto, durante lo sviluppo fetale, una funzione adattiva permanendo immutate dopo il parto come modalità difensive per far fronte alla cesura della nascita e al cambiamento conseguente. Esse vanno a formare dei rifugi psicosomatici, dei “claustrum” (Meltzer, 1992), delle “cripte” (Abraham, Torok, 2009; Grotstein, 2013), ovvero aree scisse in cui il soggetto sosta bloccato in una rete di “fantasie inconsce” senza aver fatto e poter fare alcuna esperienza, giacché il contatto con la realtà e i mutamenti che esso comporta sono percepiti come estremamente minacciosi per la sopravvivenza del sé.

Del resto, il modello winnicottiano dello sviluppo permette di articolare la tematica dei rifugi della mente da diverse angolazioni. In esso risalta l’importanza che Winnicott dà al valore dell’essere nel mondo e al processo di costruzione del sé e dell’area transizionale. Winnicott individua una dimensione della vita, quale l’area transizionale, che non è un rifugio vero e proprio, se a tale termine diamo il senso di una fortezza chiusa alla realtà esterna minacciosa, ma è un rifugio da preservare, se lo pensiamo come il luogo della sosta nell’impegno di distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è, un luogo necessario per sviluppare il gioco e la creatività.

È nell’area intermedia dell’esperienza che il soggetto può sviluppare il suo vivere creativamente, ovvero “la capacità di mantenere, nel corso della vita, qualcosa che appartiene all’esperienza infantile: la capacità di creare il mondo; di non essere annientati dalla compiacenza o dalla reattività, ma di vedere le cose in modo sempre nuovo” (Winnicott, 1986, pag. 32-33). In “Il luogo in cui viviamo” (Winnicott, 1971), l’area terza dell’esperienza diviene il posto in cui, quando riusciamo a starci, ci rifugiamo per sentirci pienamente vivi e reali.

Da questo vertice di osservazione, l’area transizionale rappresenta un luogo necessario di isolamento per far emergere la creatività dell’essere. D’altro canto, laddove, afferma Winnicott, ci sono stati urti e fallimenti dell’ambiente primario, lo sviluppo dell’area intermedia può essere bloccato, collassando per dare luogo ad un ritiro patologico.

Un rifugio della mente, dunque, come rottura di ciò che poteva esistere in una continuità dell’essere ove la non esistenza, la distorsione o deprivazione di un’area terza di esperienza conduce a un’organizzazione difensiva che, come analisti, possiamo incontrare come falsa organizzazione del sé, isolamento, ritiro dalle relazioni oggettuali, o un rifugio-sé claustrofobico come difesa dall’angoscia catastrofica, dalla paura di un crollo già avvenuto. Una difesa da un’agonia primitiva che rappresenta uno strappo nella struttura della psiche (Winnicott, 1989).

Nei lavori raccolti in questo focus, il rifugio è pensato come uno spazio/luogo che si costituisce fin dalle fasi precoci di sviluppo come esperienza primaria che trova le sue radici nell’area prenatale, in un “luogo-utero” costitutivo del sentimento di sé, del processo di soggettivazione e del processo identitario e che, grazie alle tracce mnestiche che imprimerebbe nell’inconscio, aprirebbe ad un’area della mente in cui tornare quando l’angoscia irrompe sulla scena psichica, conservando tutte le potenzialità per diventare un’area transizionale e, dunque, per attivare aree creative del Sé.

Elisa Zullo, confrontando il concetto di Steiner di Rifugi della mente e quello di Meltzer di Claustrum, propone una riflessione sulle diverse configurazioni dei rifugi osservabili nell’infanzia. I rifugi possono assumere diverse forme e possono essere utilizzati in vari modi. Nei piccoli pazienti che presentano un funzionamento mentale meno disturbato, i rifugi vengono utilizzati quando il contatto con la realtà diventa intollerabile e abbandonati quando cessa l’angoscia. Nei bambini che presentano la necessità di difese più forti e rigide, i rifugi possono assumere la struttura di organizzazioni patologiche complesse, capaci di asservire la mente del bambino e di determinare, in tal modo, una grave compromissione dello sviluppo, nonché un blocco del lavoro psicoanalitico in terapia.

Il lavoro di Lucia Vitiello evidenzia l’importanza della dimensione transgenerazionale ove l’irrisolto, i cui scarti generazionali precipitano nella mente del neonato, genera un luogo della mente non come rifugio da preservare, sosta creativa all’emergere del sé, ma come deposito di angoscia in cui la difesa si configura come “ritiro” (Winnicott, 1965), “claustrum” (Meltzer, 1982) o “terza posizione borderline” (Steiner, 1993). 

In particolare, l’autrice offre una lettura stimolante di rifugio della mente quale stato del sé tra una molteplicità di stati del sé e quale sosta necessaria, caratterizzata dalla temporaneità nel processo di soggettivazione. È la rigidità di funzionamento che rende il rifugio uno stato del sé incapsulato, un luogo della mente in cui si deposita l’angoscia e la difesa diviene un ritiro. Se postuliamo che sul piano evolutivo la precoce relazione madre-bambino rappresenta il luogo in cui vengono costruiti i ponti tra i diversi stati del sé, interessante allora diventa la lettura sugli stati di funzionamento come presupposto della qualità empatica di ogni relazione. L’autrice, partendo dalla “preoccupazione materna primaria” e attraverso la clinica, prosegue la sua riflessione con ciò che definisce “il rifugio nel corpo” in adolescenza.

Il funzionamento mentale con la sua organizzazione e strutturazione è un percorso evolutivo, un processo che si evolve in maniera dinamica, mai lineare, nelle diverse fasi dello sviluppo.

L’esperienza della continuità dell’essere, fondamento del divenire soggetto, si radica dunque sin dalle prime fasi della vita all’interno dell’unità individuo-ambiente, ma è solo dopo l’attraversamento del processo adolescenziale che il senso della continuità dell’essere ha la possibilità di stabilirsi in modo personale, come elemento costitutivo del sé.

L’adolescenza, età di transizione e rielaborazione, può orientare nella direzione di un uso creativo del sé oppure in direzioni traumatiche e bloccanti. È in tale fase evolutiva che possiamo trovare i segni più creativi del pensiero e i nuovi sentimenti, ed è qui che “il processo di soggettivazione interviene in uno spazio intersoggettivo, in luoghi che il soggetto non ha costruito ma cercato e trovato muovendosi verso l’altro con il corpo, con la parola, con il desiderio” (Ferruta, 2016). Anna Ferruta (2016), citando Green, sottolinea l’importanza del tragitto, il come si arriva all’oggetto, dando valore al viaggio che esprime la qualità dinamica dell’esperienza giacché implica un movimento nello spazio, legato al tempo.

La funzione del rifugio mentale quale difesa adattiva in grado di sostenere i processi di costruzione identitaria, in un’epoca in cui la carenza di riferimenti oggettuali ha finito per generare estreme difficoltà di soggettivazione, viene articolata a partire dal contributo di Maria Bove, Francesca Cappuccio, Grazia Chianese, Simona Di Matola, Laura Fiorito, Cristiano Scandurra, e Valentina Scognamiglio, con un lavoro che, attraverso vignette cliniche e riflessioni teoriche, esplora tre nuove declinazioni di rifugio mentale: l’uso difensivo del lockdown, gli sport estremi e la fluidità di genere, mostrandone la funzione temporanea di auto contenimento e, al contempo, di fuga dalle angosce depressive attraverso la negazione di realtà dolorose.

Il lavoro di Maria Rosaria Aragiusto pone interrogativi sulla psicoterapia di un adolescente transgender che chiede di cambiare, attraverso un intervento chirurgico, il proprio sesso. L’autrice si sofferma sulla sofferenza identitaria che rifuggendo quella psichica si concretizza sul corpo e nel corpo: l’angoscia dell’attesa e l’urgenza dell’agire, rappresentanti di un “fuggire da… piuttosto che andare verso…” la rappresentazione, la significazione del sentirsi esistere. Il lavoro, ricco di spunti di riflessione, pone allo sguardo attento dell’altro la difficile presa di un tempo – spazio per pensare ed esperire un rifugio emozionale. Suggestivo diventa il viaggio che l’autrice riesce a farci percorrere, in quel luogo del creato/trovato del campo analitico, ove l’analista si interroga continuamente, seguendo le traiettorie transferali e controtransferali, attraverso uno sguardo che rispecchia tenere con le braccia della mente i pezzi dislocati del paziente e la sintonizzazione emotiva. Ella ci conduce nella fattibilità del pensare al limite e creare la fiducia nel costruire uno spazio – tempo in cui iniziare a significare l’esperienza.

Aurora Gentile, nel suo lavoro con un ragazzino preadolescente, si confronta con l’uso che il piccolo paziente fa delle piattaforme virtuali, potenziali rifugi tecnologici e si interroga sulla nozione di rifugio nell’attualità e sulle sue possibili dimensioni psichiche nel periodo dei primi cambiamenti pubertari. In una fase in cui i preadolescenti sono alle prese con il recupero di esperienze precoci che hanno segnato la prima infanzia, il gioco online può costituire un tentativo di riorganizzare le vecchie esperienze e farne di nuove, al pari di un qualunque gioco simbolico, o fallire nella possibilità simbolizzante e dare vita alla “diade tecnologica” come descritta da Tisseron (2008). Il riferimento al testo letterario La Tana di Kafka, viene utilizzato dall’autrice per mostrare, attraverso il vissuto del protagonista, i processi psichici che portano alla costruzione del rifugio, nonché la sua qualità fallace come luogo protettivo e rassicurante. 

Al termine di questa nota introduttiva al Focus, desideriamo concludere osservando che l’integrazione e la sinergia dei rispettivi modelli teorico/clinici di riferimento ci ha condotti al pensiero comune che vi è un naturale rifugio dell’infante e della madre all’inizio della vita, un necessario rifugio per la mente adolescente, una capacità fondante dell’adulto di poter sostare temporaneamente in un’area interna come rifugio. Lontani, dunque, da una visione meramente intrapsichica del rifugio della mente, questi lavori sottolineano sia teoricamente che clinicamente la natura relazionale e interpsichica del costrutto, così come il suo carattere multiforme, che dovrebbe spingere verso una sua pluralizzazione: rifugi, dunque, e non rifugio. Infine, il senso ultimo del discorso posto in essere ci aiuta a sostenere una visione dimensionale e complessa della psicopatologia, secondo la quale i rifugi della mente non possono essere approcciati come un’entità discreta e categoriale.

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Feliciana Della Ratta

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