Il treno dei bambini.

Regia di Cristina Comencini (2024)

Come ci si separa senza perdersi?

patrizia formicola

Tratto dal libro di Viola Ardone, il film si fonda su una storia vera che appartiene all’immediato dopoguerra, nata dall’esigenza di riparazione a seguito della devastazione che la II Guerra Mondiale aveva lasciato nel nostro Paese.

“I treni della felicità”, li chiamavano così, furono un progetto di scambio e di solidarietà tra famiglie del nord e sud dell’Italia promosso dalla Unione Donne Italiane (rappresentate nel film dalla energica Antonia Truppo) e dal Partito Comunista dell’epoca. L’idea era di portare i bambini provenienti dalle zone più bombardate e colpite (Milano, Roma, Napoli, ma anche Polesine, Puglia, Sicila, Cassinate) verso zone che erano state meno danneggiate (Toscana, Emilia Romagna, Marche e Liguria). A questa iniziativa non parteciparono solo persone militanti nel partito: spesso erano anche famiglie di contadini che avevano già i loro figli da sfamare, ma che volevano partecipare a questo esperimento di unità nazionale fondato sulla fratellanza. È una storia che commuove e che racconta un pezzo della nostra Italia dimenticato, ma che grazie a questo film ora appartiene a tutti.

La storia si apre a Napoli, con la madre naturale di Amerigo, il bambino protagonista del film, interpretata dalla carnale Serena Rossi, pratica e senza fronzoli, alle prese con il dilemma di essere sola in un ambiente maschilista, e l’altra, diventata madre adottiva per caso, interpretata dalla composta Barbara Ronchi, garbata e dolente nella sua solitudine. C’è poi Amerigo, lo scugnizzo, interpretato dal bravissimo Christian Cervone, che riesce a prendersi il buono di entrambe le situazioni, ma dovrà alla fine scegliere tra le due, per poter seguire il proprio talento e trovare così la sua strada.

Un film sulla fatica di essere madri, dunque, ma anche sulla fatica di essere figli, alle prese con il compito evolutivo della crescita e l’eterna domanda: “come ci si separa senza perdersi?”. E la delicata regia di Cristina Comencini, ancora una volta alle prese con il mondo delle madri e dei bambini, mantiene al lato della storia uno sguardo mai giudicante, ma partecipe ed empatico come i suoi protagonisti.

Cercherò, allora, di mantenere lo stesso atteggiamento comprensivo, provando a leggere in chiave winnicottiana quello che è il rapporto tra Amerigo e le due madri, provando a capire meglio il senso delle scelte di ciascuno e le motivazioni più profonde che hanno guidato le loro azioni.

Antonietta è una donna sola in una città distrutta dalla guerra (Napoli fu bombardata 200 volte, di cui ben 181 soltanto nel ‘43) che si “arrangia” per poter sopravvivere, e che ha già perso un figlio a causa della povertà in cui viveva, non potendo garantirgli le cure necessarie. Sembra una madre “sufficientemente buona”, pratica, in sintonia con i bisogni del suo bambino, che accoglie l’offerta di ospitalità delle madri del nord Italia consapevole di non avere i mezzi per rispondere a quei bisogni. E così, tra mille trepidazioni e sensi di colpa che trovano eco nelle parole di una popolana che scoraggia queste partenze, sostenendo che “i comunisti mangiano i bambini”, Antonietta mette il suo bambino su quel treno.

Amerigo troverà una madre adottiva, Derna, chiusa nel suo dolore per aver perduto il suo amore e quindi poco disponibile a mettersi in sintonia con questo bambino sconosciuto e che non aveva nemmeno cercato. Commuove la scena che si svolge la prima notte nella casa estranea di Derna tra Amerigo, in preda ad un incubo, e Derna stessa che fa fatica a trovare dentro di sé quel “maternage” necessario per rispondere, ma che alla fine riesce a farlo addormentare, usando i suoi strumenti e leggendogli la Storia del sindacato in Italia. E Amerigo in questa terra straniera, con cibo e abitudini diverse, non trova solo lei, trova anche uno zio, il fratello di Derna, Alcide, che lo accoglie insieme alla sua famiglia, entrando in contatto con un mondo affettivo, dove c’è un “paterno” disponibile ed empatico e che gli fa scoprire il violino e la musica. Amerigo ne resta folgorato: “‘a music ten ‘a forz’ ‘e mill’ pensier” dice; può accedere così al suo potenziale evolutivo, sperimentando la sua creatività.

Amerigo partecipa alla vita della sua nuova famiglia, si avvicina ad “oggetti culturali” che lo arricchiscono e lo stimolano: riprende gli studi, traendone buoni risultati, suona e scopre il suo talento musicale sin da subito. Così riceve in dono un violino da Alcide, che gli raccomanda di averne cura e di suonare tutti i giorni per imparare bene, e il ragazzo sembra in grado di riconoscere ed attaccarsi alle cose buone che trova, segno di un ambiente materno iniziale ricco affettivamente, nonostante la povertà materiale.

Amerigo, intanto, non ha perso i contatti con le sue origini perché sul posto ci sono altri amici napoletani con cui si ritrova occasionalmente. La storia ci mostra come i bambini reagiscono a questa separazione brusca e dolorosa dalla propria casa in modo diverso: qualcuno cerca di scappare, altri attendono quietamente di fare ritorno a casa e qualcuno, come Rosina, sceglie di restare nella nuova famiglia che le dà quella tenerezza che le era negata nella sua famiglia d’origine.

Quando finalmente Amerigo torna a casa con il suo violino, Antonietta, però, non riconosce più il bambino che egli è diventato, così gli dice che ora deve dimenticare l’esperienza al Nord, che lei non ha i soldi per permettergli di studiare musica e tradisce la sua fiducia: impegna il suo violino al Monte di Pietà e gli nasconde le lettere e il cibo che Derna per mesi gli invia.

Questo momento difficile mette in evidenza l’impossibilità di Antonietta di attingere dentro di sé a nuove risorse materne per adeguarsi ai nuovi bisogni del suo bambino cresciuto, anche perché non c’è un “paterno” a supporto delle sue funzioni genitoriali, e in modo violento ricorre a negazioni e scissioni per poter andare avanti. Ma le scissioni, si sa, impoveriscono innanzitutto chi le fa e infatti Amerigo non ci sta, e in modo altrettanto violento, deluso da questa madre tanto amata (a inizio film, dice infatti a Derna che la madre è la donna più bella di Napoli e ci sono uomini che la guardano, ma solo lui dorme con lei), scappa via e torna dalla sua madre adottiva. Con lei continuerà a studiare fino a diventare un maestro di violino virtuoso.

Questo triangolo d’amore tra le due madri e il figlio sembra riproporre quanto osservato da Winnicott nei war children durante la II Guerra Mondiale in Inghilterra: il destino delle madri deprivate, che devono accettare di separarsi dai propri figli sfollati in campagna per metterli in salvo dai continui bombardamenti, e quello delle madri adottive che li accolgono. Parlando delle madri deprivate, Winnicott usa la sua consueta delicatezza per descrivere il dolore per la perdita di questo contatto, quando dice che esse “non solo desiderano i bambini, ma hanno bisogno di loro (…) e quando si ritrovano nella loro cucina tranquilla e vuota sono come un capitano di una nave senza equipaggio” (1984). Questa violenta deprivazione provocata dalla guerra, non appartenendo al corso naturale della crescita dei figli, rappresenta una traumatica interruzione dell’esperienza di continuità del Sé nella coppia madre/bambino. Egli, quindi, incoraggia le famiglie adottive, valorizzandone il contributo significativo per la crescita di questi bambini, affinché siano consapevoli di quanto sta accadendo nei loro protetti, così come nelle loro famiglie d’origine, ed esorta genitori naturali e adottivi a mantenere per quanto possibile i rapporti tra loro in equilibrio, per il bene di tutti.

Nella nostra storia Derna ci riesce, riattivando in Antonietta (attraverso un processo di identificazione riuscito) quelle funzioni materne che aveva smarrito per la separazione traumatica: sarà proprio Derna all’inizio del film a dare ad Amerigo la notizia che la madre è morta, notizia che egli riceverà, difensivamente, con molto distacco. Le due donne negli anni non avevano mai interrotto il loro rapporto epistolare, conservandone l’aspetto di scambio autentico, anche se, però, Amerigo non era riuscito ad inserirvisi per ritrovare la fiducia interrotta nel legame con la madre naturale. Ancora una volta, però, Winnicott ci viene in aiuto offrendoci spunti di comprensione quando evidenzia che, nel bambino in latenza “il suo bisogno che gli venga spiegato, ciò che è accettato da tutti come giusto e buono” (ibidem) è più che legittimo, ed è d’aiuto nel sopportare l’allontanamento dalla famiglia naturale. Amerigo, infatti, accoglie con gioia i nuovi oggetti culturali che ha incontrato nella sua esperienza con Derna e, nonostante il conflitto di lealtà con la madre naturale che lo confonde al suo ritorno a casa, riesce poi a trovare la sua bussola per orientarsi nel futuro.

Credo che questo film, accanto alla fatica di essere madri (penso, nei tempi recenti, alla gestione della co-genitorialità che come terapeuti spesso affrontiamo nei percorsi di affido/adozioni), abbia messo molto bene a fuoco la fatica di essere figli, di accettare che “separarsi” sia il proprio compito evolutivo, necessario per andare avanti, eppure impossibile. La bellezza di Winnicott sta proprio nell’aver individuato negli oggetti culturali la risposta a questo dilemma, e infatti Amerigo riesce a trovare nella musica la risorsa necessaria per esprimere il suo potenziale evolutivo. Ma non senza conflitti: la storia ci mostra che quando questo non può seguire la naturale evoluzione, a causa di interruzioni dell’esperienza di continuità del Sé (e la guerra è la più mortifera delle interruzioni!), ecco allora che c’è un rimbalzo di violenza in violenza che ricade anche sul normale compito della crescita.

Il bambino è costretto a separarsi in modo brusco, pena il suo blocco evolutivo. Cresce sì, ma perde il suo primo oggetto d’amore, così come la madre che, non potendo crescere insieme al suo bambino, resta congelata parzialmente nella sua condizione. È emblematica la stessa povertà di mezzi che trova Amerigo, interpretato da adulto dal versatile Stefano Accorsi, quando ormai cinquantenne ed affermato torna nella casa materna. Il suo pianto accorato finale esprime proprio questo sentimento di perdita quando scopre, leggendo una lettera indirizzata a Derna a suo tempo, che l’ultimo gesto d’amore della madre era stato il dono della sua libertà affettiva.

*Rubrica a cura di E. Fondi, M. Rossi (coordinatrici), L. Cocumelli, G. D’Amato, A. Gentile