The quiet girl

Regia di Colm Bairead (2022)

nicoletta lana

Opera prima di Colm Bairead, uscito in Italia nel 2023, ha ottenuto una candidatura all’Oscar come miglior film straniero ed ha ricevuto numerosi premi in Europa tra cui il premio all’European film Awards.

Tratto da un racconto di Claire Keegan, The Quiet girl è un film ambientato nell’Irlanda degli anni 80, recitato in gaelico, lingua ancestrale dell’isola, in cui più che le parole parlano le immagini.

Un film minimalista che commuove, emoziona e ci consente di riflettere sull’infanzia, sui bisogni negati dei bambini e sul ruolo dei genitori nella crescita.

La protagonista, Cait, ha nove anni, è una bambina introversa ed “invisibile” che vive in una famiglia molto numerosa, dalle poche risorse economiche. I genitori hanno messo al mondo quattro figli che vengono molto trascurati se non ignorati.

Le prime sequenze del film descrivono subito le difficoltà che Cait incontra sia a casa dove viene evitata dalle sorelle, sia a scuola dove viene derisa perché non sa leggere e viene piuttosto allontanata dalle altre bambine.

Cait è triste, si sottrae allo sguardo e vaga da sola per i terreni verdi che circondano la sua casa, il padre la definisce la “vagabonda”. È sempre molto silenziosa e spesso si nasconde sotto al suo letto: “Hai le scarpe sporche di fango!” commenta la madre, che coglie ogni occasione per rimproverarla.

Lo sguardo della bambina, che il regista spesso ci mostrerà in primo piano, ci fa subito capire come si senta priva di qualità, sporca e senza valore; il suo disagio interiore si esprime anche bagnando il letto di notte.

In estate la mamma, che aspetta il suo quinto figlio, chiede a dei lontani parenti che non vede da anni, e che vivono in una fattoria molto lontana da loro, di ospitare per un po’ la bambina.

“Per quanto tempo devono tenersela?”, chiede la madre al padre, “fin quando nasce il bambino?”.

“Per me possono tenersela a vita!” risponde lui.

La madre piange di nascosto per la situazione di grande solitudine e sopraffazione in cui si trova. Alcune sequenze ci mostrano un padre stanco della moglie, indifferente alle figlie, che perde soldi al gioco e frequenta un’altra donna.

Quando il padre accompagna Cait dai parenti è ostile e distratto, dimentica la valigia della figlia in macchina, ripartendo senza salutarla.

Il linguaggio delle immagini idilliache del paesaggio irlandese a cui fa da contrappunto il silenzio della bambina, ci restituiscono nella prima parte del film il quadro di una infanzia desolata, nella quale, come ci ricorda Ferenczi (“Confusione delle lingue tra adulti e bambini”, 1932), i bambini che subiscono il trauma dell’incuria e dell’abbandono sono e si sentono indifesi fisicamente e moralmente. Incapaci e ammutoliti di fronte alla forza prepotente e l’autorità degli adulti che toglie loro anche la capacità di pensare.

Cait appare infatti proprio come uno “spoilt chidren” (Borgogno, 1999, “Psicoanalisi come percorso”) che a causa delle esperienze con genitori emotivamente assenti, rifiutanti, non responsivi perde, insieme alla capacità di maturare psichicamente, la fiducia di base.

Nel film vediamo infatti Cait monitorare i sentimenti e l’umore della madre, seguire tutte le vicende della famiglia, caricando sulle proprie spalle il peso che grava sulle spalle di tutti (Ferenczi, op.cit.). Si evidenzia quel processo di inversione dei ruoli tra adulto e bambino che così spesso osserviamo nei bambini deprivati.

La bambina, quindi, viene ospitata da Eibhlin e Sean Kinsella, una coppia che la accoglie subito con molto affetto.

Eibhlin in particolare si dedica a Cait con gentilezza e tatto e la bambina si adatta lentamente alle cure e alle attenzioni che riceve, attenzioni che inizialmente suscitano in lei stupore e sospetto.

“Vedrai che spazzolandoli 100 volte i tuoi capelli risplenderanno come quelli di una principessa!” le dice la donna, facendoci notare una bambina incredula ed incantata di fronte all’idea di poter mai essere considerata una principessa.

Vedremo Cait, in questa preziosa estate, risvegliarsi lentamente alla vita e alla parola.

I semplici gesti di cura che Eibhlin le offre – lavarla, cucinare insieme, comprare dei bei vestiti – consentiranno alla bambina di fare un’esperienza nuova e completamente inedita rispetto a quella conosciuta nella sua famiglia: l’esperienza di una madre-ambiente, per usare le parole di Winnicott.

Anche Sean, benché all’inizio cupo ed in disparte, si affeziona alla bambina dimostrandoci cosa voglia dire prendersi cura di una persona. Porterà con sé la bambina al lavoro in fattoria, ci parlerà e giocherà a lungo.

In questa seconda parte del film il regista sviluppa ulteriormente il suo delicato trattato sull’infanzia, mostrando passo dopo passo come il rapporto genitore-figlio si costruisca attraverso il prendersi cura.

Con immagini semplici e molto evocative, descrive come progressivamente il cuore dei tre si disgeli e come queste esperienze condivise vengano introiettate dalla bambina consentendole di stabilire un legame profondo con l’altro.

Un giorno, mentre Eibhlin le prepara il bagno, la bambina esclama: “ma è acqua calda!”.

Eibhlin risponde: “ti ci abituerai, fidati”.

Questa risposta, “fidati!”, di nuovo ci fa pensare agli effetti della deprivazione in età evolutiva, dove è proprio la fiducia nell’ambiente ad essere intaccata.

Come sappiamo, il potersi fidare da parte di bambini deprivati è molto difficile poiché essi cercano in tutti i modi di non contattare il dolore e il bisogno che è depositato in fondo a se stessi e questo li porta a stabilire legami con molta difficoltà.

Viceversa i bambini che ricevono un adeguato contenimento emotivo, una buona rêverie (Bion), saranno in grado di introiettare le funzioni che ricevono costruendo una propria struttura interna di sostegno.

Tornando al film, Cait sembra poter beneficiare dell’attenzione e delle cure che riceve, dello sguardo affettuoso e luminoso di Eibhlin che si tradurrà dentro di lei in uno sguardo su di sé per potersi sentire bella e capace.

Questo ci porta a sottolineare l’importanza delle cure e di quella capacità empatica di cui normalmente è dotata una madre, che a partire dall’accudimento materiale consente al bambino di fare l’esperienza dell’essere capito e ascoltato.

Ricordiamo come all’inizio del film Cait leggesse con molta difficoltà nonostante i suoi nove anni; questa difficoltà ad apprendere è in effetti espressione del deficit del suo sviluppo emotivo.

Sappiamo infatti che l’apprendimento nasce all’interno di un legame di dipendenza da un oggetto che sia emotivamente significativo, e la natura di questo rapporto influenza profondamente la capacità del bambino di provare curiosità ed apertura verso nuove esperienze, il desiderio di stabilire nuove connessioni e di scoprire nuovi significati.

A conferma dell’importanza della matrice relazionale per lo sviluppo della mente, vediamo come nel corso dell’estate l’esperienza delle letture serali di Eibhlin alla bambina si configuri come una vera e propria alfabetizzazione affettiva, che consentirà a Cait di introiettare questa funzione e quindi superare la sua difficoltà nel leggere.

Le sequenze finali resteranno impresse nella memoria a lungo.

Dopo questa preziosa estate Cait viene riaccompagnata a casa, e quando i Kinsella ripartono, dapprima resta in piedi immobile, poi si lancia correndo dietro la macchina per salutare Sean, gli salta in braccio mormorando la parola “papà”.

Possiamo chiederci: chi è il vero padre?

Assistiamo ad una “adozione simbolica” che, potremmo dire, si compie nell’arco di una breve estate e che lascia alla bambina un legame affettivo esterno ed interno a cui potrà sempre attingere nel corso della sua vita.

Come non riconoscere che a volte non è il legame di sangue che fa da garante di una buona crescita ma che sono coloro che stabiliscono con i bambini un legame affettivo e di amore?

*Rubrica a cura di E. Fondi, M. Rossi (coordinatrici), L. Cocumelli, G. D’Amato, A. Gentile.