Il testo di Marco Innamorati inizia così. Descrivendo le storie cliniche di dieci piccoli pazienti l’autore trasmette e racconta in modo puntuale e appassionato l’evoluzione del pensiero psicoanalitico relativamente allo studio del bambino, a partire dal piccolo Hans, caso approfondito da Freud attraverso le descrizioni dettagliate del padre, fino alle posizioni teoriche più recenti. In tutto il testo e in ciascun caso descritto si offre al lettore la possibilità di comprendere, attraverso una scrittura chiara e scorrevole, la sofferenza del bambino, le intuizioni degli autori e gli strumenti che man mano vengono utilizzati per poter comprendere e teorizzare nuove posizioni. Il libro inizia con il Piccolo Hans, un’analisi infantile condotta da Freud nel 1908 attraverso il padre Max Graf. Il bambino arriva all’attenzione di Freud per la fobia dei cavalli che aveva sviluppato e rendeva particolarmente difficile la vita del piccolo e della sua famiglia. Freud attraverso il padre interpreterà il desiderio del bambino verso la madre, il suo conseguente senso di colpa con relative angosce di castrazione e il successivo spostamento sul cavallo, fino alla graduale e definitiva risoluzione della fobia da parte del bambino. Subito dopo segue la descrizione della “nevrosi sperimentale” del piccolo Albert a cura di John Watson e Rosalie Rayner, caso su cui si baseranno le teorie comportamentiste, e che riporta la storia di un bambino a cui vennero sottoposti stimoli uditivi, visivi, tattili, allo scopo di studiare le sue reazioni e indurre sperimentalmente delle risposte. Il caso, presentato nel 1920, fu molto controverso e discusso tra gli studiosi dell’epoca. Ampio spazio è dato poi nel testo all’opera di Melanie Klein che, attraverso l’osservazione del figlio Erich/Fritz, introdusse i principi tecnici fondamentali del suo lavoro con i bambini: l’osservazione del gioco come mezzo per arrivare alla comprensione dei conflitti inconsci e all’uso simbolico di esso, l’approfondimento dei vissuti di rabbia e di aggressività, l’interpretazione per alleviare l’angoscia. L’autore mette in evidenza le differenti posizioni teoriche, dalle teorie di Freud sulla pulsionalità alla teoria delle relazioni oggettuali, a partire dal pensiero di Melanie Klein che con le sue intuizioni e teorizzazioni getta una nuova luce sul mondo interno del bambino e sulla sua complessità. Se la Klein è stata riconosciuta da tutto il movimento psicoanalitico come la prima vera analista dell’infanzia, Donald Winnicott va ricordato per la sua elaborazione di alcuni tra i più importanti concetti relativi allo sviluppo infantile, quali la preoccupazione materna primaria, la madre “sufficientemente buona”, l’area transizionale, il vero sé e il falso sé. Piggle è una bimba di soli due anni e quattro mesi quando incontra per la prima volta Winnicott, i suoi genitori sono preoccupati per le sue paure notturne peggiorate dopo la nascita della sorella. In questo caso viene osservato un setting più flessibile, anche in relazione alla residenza della famiglia, che non permette una frequenza intensiva di sedute per la bambina. Winnicott riteneva che la rapidità che caratterizza l’evoluzione dei processi psichici nei bambini potesse comportare, in alcuni casi, una variabilità di incontri e sedute anche distanziate nel tempo, mantenendo un contatto con i genitori. “Molto spesso Winnicott tende a praticare l’‘holding’ con i genitori, a sostenerli e a contenere, cioè, le loro apprensioni, ma anche a valorizzarle”. (pag.62). Anch’egli usa il gioco nella stanza, ma soprattutto per mostrare lo spazio relazionale condiviso tra bambino e terapeuta. Seguono nel testo casi meno famosi, ma di altrettanto interesse, come ad esempio il caso di Anne (cap 5), protagonista di vari scritti di Kris, uno dei fondatori della Psicologia dell’Io. Nel caso di Anne proprio la madre sembra rappresentare l’origine del disagio della piccola, a causa di una propria condizione di negatività subita in famiglia. Viene poi presentato il caso di Stanley, osservato all’età di 6 anni da Margaret Mahler, che ebbe il valore di approfondire e comprendere le psicosi infantili. In particolare, Stanley manifestava una prodigiosa memoria e la Mahler notò che in realtà esprimeva “una grave patologia dell’Io nel più cruciale e importante meccanismo di difesa: la rimozione”. (pag. 93). Seguono i lavori di J. Bowlby e J. Robertson con le registrazioni di Laura: i filmati analizzati e approfonditi sono stati fondamentali per lo sviluppo della teoria dell’attaccamento. Il volume dedica poi un interessante capitolo a Selma Fraiberg e alla descrizione di Mary, la prima bambina che beneficiò, grazie alla Fraiberg, del servizio di assistenza psicologica dedicato alle famiglie disagiate. Il grande merito di tale lavoro fu soprattutto l’introduzione di figure di supporto alla relazione problematica madre/bambina, la messa a punto dei fondamenti di quella che sarà poi la terapia genitore-figlio e l’approfondimento del tema della trasmissione intergenerazionale della patologia. Questo modello ha influenzato molti studiosi, anche di differenti impostazioni teoriche, e ha avuto ulteriori notevoli sviluppi. I lavori di Daniel Stern e di Beatrice Beebe concludono il volume. Il contributo di Stern rappresenta “un ponte tra l’ultima rivoluzione teorica della psicoanalisi, la Psicologia del Sé, e l’Infant Research” (pag. 133), finalizzato a coniugare il pensiero della psicoanalisi con la psicologia sperimentale dello sviluppo. Beatrice Beebe cercò Stern già nel 1969, con la speranza di trovare in lui una guida per l’Infant Research. L’incontro fu in effetti decisivo e nel libro si evidenzia che, a posteriori, si può dire che il contributo di Beebe costituisca uno sviluppo diretto del lavoro di Stern.
I dieci casi scelti con cura dall’Autore rappresentano una sintesi della storia della psicoanalisi e della psicologia infantile, mostrano impostazioni differenti tra gli studiosi, e l’interesse crescente sul mondo del bambino e sulla sua complessità. Ogni capitolo porta il nome del piccolo paziente di cui viene raccontata la storia clinica, con la descrizione della sofferenza di ciascuno, dalla fobia di Hans al pianto di Mary, alle fantasie schizoparanoidi di Fritz, alla psicosi di Stanley. Tutte le storie cliniche mostrano l’evoluzione della tecnica e la progressiva esplorazione di specifiche aree mentali.
L’autore conclude così le sue pagine, che offrono una appassionata lettura, ricca anche di interessanti dettagli biografici dei vari autori e che evidenziano quanto le esperienze precoci, le relazioni familiari di ciascun individuo siano poi determinanti nel percorso successivo della vita. Suggestiva anche la copertina del libro che mostra un cavallo giocattolo che traina un carretto, nell’immagine ritroviamo sia il cavallo del caso di Hans che l’allusione al gioco, così valorizzato negli sviluppi successivi per la cura dei bambini.