Introduzione

virginia giannotti

È importante costruire una cornice per i vari lavori che stiamo presentando nella sezione di Teoria e tecnica di questo numero di Richard e Piggle, che vertono su un tema così significativo che ci impegna molto nella diagnosi e nella clinica. Esso riguarda il vuoto, l’assenza, la mancanza di qualcosa che dovrebbe essere presente ancor prima dell’origine del pensiero e che lascia la sua impronta nella modalità con cui funzionano i processi di integrazione psichica in alcuni dei nostri pazienti.

Negli articoli che seguono ci si interroga insieme agli autori, Enid Balint, Kenneth Wright e Livia Tabanelli, su ciò che manca: sembra essere qualcosa che “regga” e consenta lo sviluppo dell’esperienza psicofisica e sensoriale del bambino che Wright descrive come “holding”, proprio nel senso letterale e fisico di “reggere”, come quella capacità presente nella madre ambiente di riconoscere che qualcosa sta avvenendo e attendere prima di trasformarla, perché nel bambino è ancora informe e non pensabile. Egli ci invita, come terapeuti, a maneggiare con cura pazienti con un Sé così fragile, come si evidenzia nel lavoro di Enid Balint che descrive dettagliatamente l’evoluzione complessa durata anni di un’analisi con una giovane adulta.

Finissimo pensatore in materia psicoanalitica, nelle arti e in filosofia, Kenneth Wright è autore di due libri tradotti in italiano, “Visione e separazione” (1991) e “Rispecchiamento e sintonizzazione” (2009), quest’ultimo tradotto in italiano nel 2022. Su Richard e Piggle, è stato pubblicato nel vol. 4 del 2022 un suo articolo dal titolo “Verso una teoria dell’holding. La prospettiva della creazione artistica”, con commenti di Lucia Celotto e Veronika Garms.

Ad ottobre 2025 Kenneth Wright ha partecipato con generosità ad un evento scientifico SIPsIA proponendo egli stesso, nel lavoro che qui viene pubblicato, la rilettura del testo per lui significativo di Enid Balint “Essere vuoti di sé”, che contiene le sue riflessioni legate all’esperienza formativa direttamente vissuta con la stessa Balint ed una rielaborazione personale ed attuale in senso clinico e teorico del materiale presentato. In dialogo con lui, Livia Tabanelli, docente e Direttore dell’iW Istituto Winnicott, ha contribuito proponendo ulteriori spunti, ampliando il pensiero sul “Vuoto” con alcuni fondamentali riferimenti a Winnicott.

Si è dunque pensato di proporre, per il suo interesse clinico, l’articolo storico di Enid Balint Essere vuoti di Sé del 1963, pubblicato in italiano nel libro “Prima che io fossi io – La Psicoanalisi e l’immaginazione” (1993), una raccolta di scritti in omaggio al pensiero di Enid Balint a cura di due suoi allievi, Michael Parsons e Juliet Mitchell, uscito in Italia nel 1996 ma attualmente non più disponibile. Ripercorrendo il percorso evolutivo professionale della Balint, il volume proponeva una ricca panoramica sia sulla teoria che sulla tecnica, nonché sul pensiero della psicoanalisi britannica di quegli anni, tuttora di grande modernità, incentrato sulla natura dell’ascolto analitico, sulla comprensione dei processi preverbali e corporei e sul confine tra il preverbale e il verbale. L’autrice descrive anche come la tecnica psicoanalitica possa essere una forma di apprendimento continua che mette costantemente in discussione l’analista.

Enid Balint è stata una psicoanalista creativa e originale, membro della British Psychoanalytical Society sin dagli anni ‘60 e suo presidente nel 1970. Ha fondato l’Institute of Marital Studies presso la Tavistock Clinic di Londra e, insieme al marito Michael Balint (di cui era la terza moglie), ha sviluppato il metodo di formazione per medici noto come Gruppo Balint. Nata a Londra nel 1903, si è laureata in economia alla London School of Economics. Durante e dopo la seconda guerra mondiale si è impegnata attivamente nell’aiutare le famiglie indigenti e traumatizzate attraverso l’organizzazione e l’amministrazione di associazioni legate all’assistenza sociale. Nel 1948, ha co-fondato l’Istituto Tavistock Relationships, che all’epoca si occupava della formazione di assistenti sociali specializzati in consulenza familiare. Nel 1949 inizia un’analisi didattica con Rickman, continuata nel 1951 con Winnicott.

Enid Balint va annoverata tra le fila degli “indipendenti”, quegli psicoanalisti britannici che fanno parte del cosiddetto gruppo di mezzo (middle group) formatosi intorno agli anni ‘40 con posizioni teoriche e cliniche che si collocano tra i seguaci di Melanie Klein e i seguaci di Anna Freud. Di questo gruppo fanno parte, tra gli altri, Christopher Bollas, John Bowlby, Michael Balint, William Fairbairn, Paula Heimann, Masud Khan, Adam Limentani, Marion Milner e Donald Winnicott. All’interno di questa tradizione psicoanalitica si sono formati Kenneth Wright e Andreas Giannakoulas, che ha notevolmente contribuito allo sviluppo del sapere psicoanalitico winnicottiano in Italia.

Enid Balint è morta nel 1994.