Introduzione

Potenzialità e rischi dell’uso di realtà virtuali

in adolescenza

giuseppina parisi

Questo secondo Focus si pone in continuità con il precedente, pubblicato nello scorso numero di Richard e Piggle, riprendendo e continuando le riflessioni su Adolescenza e corpo, questa volta intorno ad un tema molto attuale e complesso, ovvero il legame e le interconnessioni tra adolescenza, corpo e realtà virtuale.

I cambiamenti corporei dell’adolescenza contribuiscono, come sappiamo, a determinare un rimaneggiamento identitario generando, in alcune situazioni, un profondo vissuto di inadeguatezza e di angoscia, non riuscendo talvolta l’adolescente a operare un processo di integrazione tra le diverse immagini e aspetti di sé. L’uso di una realtà virtuale, attraverso cui l’immagine di sé può essere modificata, alterata a piacimento, abbellita o mascherata, in qualche modo distorta, può svolgere funzioni diverse, che vanno a collocarsi in un continuum che procede da un uso temporaneo e transitorio che non implica necessariamente una disconnessione con un piano di realtà, ad un uso massicciamente difensivo in cui la realtà è vissuta come intollerabile e dolorosa e il virtuale diventa l’unica, paradossale, realtà (seppur virtuale) possibile.

Lo spazio virtuale può quindi offrire all’adolescente da una parte la possibilità di sperimentare uno spazio potenziale, alla stregua di una dimensione transizionale in senso winnicottiano, in cui l’adolescente “gioca” a testare aspetti di sé che ancora non è pronto a sperimentare in una dimensione di realtà concreta, uno spazio in cui può fare delle “prove generali”, senza rischiare però un fallimento sul piano di realtà. Allo stesso tempo, lo spazio virtuale può rappresentare un luogo “sicuro” e più abitabile rispetto ad una realtà che può essere stata attraversata da esperienze fortemente traumatiche, di deprivazione o di abuso. Sono casi in cui viene operata una forma di dissociazione, in cui gli aspetti connessi all’esperienza del trauma vengono scissi e allontanati dalla coscienza, e il mondo virtuale, funzionando come anestetico contro l’angoscia, diventa una sorta di rifugio, di luogo sicuro in cui l’adolescente si sente al riparo dai pericoli che la realtà ha presentato, un mondo su cui può mantenere il controllo e sentirsi attivo, al contrario di quanto nella realtà ha dovuto vivere e subire.

Nella realtà virtuale l’adolescente può sentire di giocare un ruolo attivo nel costruire mondi possibili con personaggi da lui creati, o avatar che rappresentano propri aspetti idealizzati o compensativi di parti fragile di sé, in cui i corpi virtuali combattono, si incontrano, come in molti videogiochi ad esempio, ma proteggendo e tenendo al riparo il corpo reale, l’esperienza di un corpo e di una mente reali che incontrano person,0e reali.

Nel lavoro clinico ci si trova a lavorare su piani che tengono insieme il corpo e l’adolescente nella sua fisicità in trasformazione, dunque una dimensione spazio-temporale concreta e reale, ma allo stesso tempo diventa necessario accogliere, conoscere, incuriosirsi e tenere in mente l’adolescente virtuale che gli adolescenti portano in seduta, che implica una dimensione priva di uno spazio e di un tempo concreto, una dimensione di un corpo virtuale che può essere modificato a seconda del bisogno, che va a coprire o ad alterare gli aspetti o le fragilità vissute come impresentabili.

La seduzione dello spazio virtuale è quella di una dimensione in verità priva di spazio, priva di tempo, onnipotente: è come se in alcuni casi potesse permettere all’adolescente, alle prese con le trasformazioni puberali, di gestire i cambiamenti e le modificazioni del proprio corpo, in un continuum che va dal “prendere un po’ tempo” per tollerare i cambiamenti in atto, adattarvisi, riconoscendoli e facendoli propri, al rifugiarsi in una sorta di realtà virtuale a volte difficile da abbandonare in favore di un incontro tra corpi reali.

Nell’esperienza virtuale, ad esempio nei videogiochi, l’adolescente mantiene sulle proprie azioni e sull’ambiente “virtuale” un controllo che nel mondo reale non può o non riesce ad avere, sospende il trascorrere del tempo e allarga lo spazio collocandolo in una dimensione fantastica, costruendo una identità “addomesticata” che in alcune situazioni sembra l’unica possibile.

Altri aspetti di un certo uso del mondo digitale/virtuale riguardano ad esempio fenomeni quali il ritiro sociale, come nel caso degli Hikikomori, in cui l’investimento libidico, del tutto ritirato dal mondo esterno, viene incanalato totalmente nello schermo e dove si assiste ad una negazione del corpo reale, delle sue percezioni e dei suoi bisogni, proteggendo l’adolescente dall’impatto perturbante della sessualità reale.

È anche vero però che, quando l’uso del virtuale o del digitale rimane flessibile e non rigido, esso può supportare i compiti di crescita dell’adolescente, per esempio permettendo e favorendo a volte anche una certa forma di socializzazione, quando si offre come occasione di trovare gruppi di pari con interessi simili, riducendo il senso di solitudine e alienazione che a volte caratterizza certe adolescenze.

Il rischio nasce quando la dimensione virtuale smette di essere un “ponte” verso la realtà e diventa un vicolo cieco, irrigidendo le difese. La linea di demarcazione, quindi, tra un uso sano o rischioso del virtuale risiede nella possibilità di costruire e mantenere un ponte tra virtuale e reale, sta nella possibilità di favorire delle integrazioni tra i diversi aspetti di sé dell’adolescente e nella capacità di investire su di un sé reale, corporeo, capace di costruire delle relazioni reali senza essere sovrastato dall’angoscia.

L’uso pericoloso del virtuale si manifesta quando l’esperienza virtuale si struttura come un’esperienza che mira a negare totalmente l’esperienza di un sé reale e corporeo, inserito in un mondo relazionale reale; quando l’uso difensivo della realtà virtuale si fa troppo marcato e rigido e prevalgono gli aspetti di scissione mente-corpo, di evitamento delle relazioni reali, quando si struttura un aspetto di forte dipendenza, quando l’aspetto del ritiro sociale è l’unico modo di proteggersi dai vissuti di fallimento sul piano reale.

La psicoterapia può aiutare l’adolescente a riportare gradualmente nel reale gli aspetti scissi e dissociati, costruendo prima di tutto un setting, dunque una relazione, che possa gradualmente accogliere e tenere le parti dissociate e dolorose dell’adolescente, costruendo gradualmente dei legami e la possibilità di investire un corpo reale nelle sue trasformazioni, un corpo-mente progressivamente più integrato e non percepito come inabitabile, la possibilità di ricostruire una abitabilità del mondo reale. Questo vuol dire lavorare per favorire la possibilità di riconnettere mente e corpo.

L’obiettivo della terapia psicoanalitica con l’adolescente resta quello di favorire l’integrazione psicosomatica, aiutando l’adolescente a tollerare i vissuti connessi ai cambiamenti del proprio corpo reale, per uscire dal rifugio della dissociazione virtuale.

Il lavoro di Rodolfo Rabboni, qui presentato, illustra bene come la dimensione del corpo fantasticato, del corpo virtuale, del corpo negato, entri fortemente nella percezione di sé e nel vivere le relazioni degli adolescenti oggi. Il corpo reale viene un po’ tenuto nascosto per mostrare, attraverso uno schermo, un corpo-puzzle costruito virtualmente, ritagliato e ricostruito eliminando presunti difetti e imperfezioni, incarnando spesso la fragilità narcisistica dell’adolescente che talvolta non regge l’impatto della subentrante sessualità e della vicinanza reale dei corpi. Come ci dice l’autore:

“Nell’operazione di elaborazione e appropriazione soggettiva delle manifestazioni del pubertario, il tema del vissuto corporeo occupa un posto centrale; il soma da elemento anatomico deve essere adeguatamente investito in termini libidici e simbolici in modo da divenire referente identitario di quel determinato soggetto. Il terreno virtuale, con le sue potenzialità può costituire per l’adolescente un’occasione di sperimentazione. Può divenire al contrario, luogo della negazione e della dimenticanza di Sé, in condizioni evolutive precarie (violenza delle metamorfosi puberale, insufficienza delle basi narcisistiche, elevate richieste superegoiche)”.

Il lavoro di Barbara Cardarelli, attraverso la presentazione del caso clinico di una giovane adolescente, pone l’accento sulla percezione del corpo in adolescenza, inteso come contenitore nel quale poter esperire emozioni e sentimenti che costruiscono il Sé. Trovare uno spazio fisico e mentale per il proprio corpo risulta impossibile per pazienti come questa adolescente, che ha fatto esperienza di un’infanzia segnata da intensi eventi traumatici. Il mondo virtuale, in queste situazioni, come sottolinea Cardarelli, “diviene una casa nella quale l’adolescente si rifugia creando un corpo a suo piacimento e trovando amici che sembrano soddisfare i bisogni che, invece, nella realtà vengono ignorati”. Cardarelli mostra come, attraverso l’andamento della psicoterapia, ci si muova tra vissuti interiori segnati da deprivazione e abbandoni e una realtà esterna molto complessa. Il lavoro di psicoterapia diventerà, per l’adolescente, uno spazio concreto, rappresentato dalla stanza di psicoterapia, da cui partire per poter progressivamente riappropriarsi di uno spazio mentale definito dalla percezione e dall’accettazione del proprio corpo reale.

Giuseppina Parisi

Psicologa, Psicoterapeuta, Socio ordinario AIPPI

Segretario scientifico AIPPI. Sede Locale di Roma

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