Segnalazioni bibliografiche

Premessa introduttiva

Gli interessantissimi articoli che proponiamo in questo numero sollecitano il pensiero sul tema della musicalità dell’incontro clinico, che porta con se, oltre alle parole, le note che immediatamente ascolta il nostro orecchio, altri rumori, meno percettibili nell’immediato, ma che hanno un intenso valore comunicativo, come i silenzi nei quali possiamo trovarci immersi - le interruzioni e le pause nelle partiture musicali. Nel fraseggio armonico di una partitura, le interruzioni e le pause sono necessarie per dare corpo al brano e permettere al nostro orecchio di percepire una melodia complessa e articolata, con i suoi ritmi e le sue tonalità. Nella relazione terapeutica, la musicalità che coinvolge entrambi i partecipanti può assumere molti significati, che portano nel transfert aspetti precoci, inelaborati, non ancora avvicinabili. Potrà la coppia al lavoro dare senso e significato ai silenzi che sembrano invadere tutto lo spazio? Sarà possibile ascoltarli, senza coprirli con altri suoni, che potrebbero apparire più rassicuranti per il clinico? Daniel Stern paragona i primi scambi tra il bambino e la madre alla situazione in cui due musicisti realizzano, con la loro improvvisazione, un unico pezzo musicale armonico e coerente, un capolavoro d’interazione umana perfettamente orchestrato, che si compie per lo più inconsapevolmente. Quando il bambino afferra il capezzolo per cominciare a succhiare, la madre resta immobile, spesso non parla e non cambia posizione. Madre e bambino sono in silenzio, in uno stato emotivo di comunicazione profonda. Quando l’iniziale stimolo della fame, così potente e vigoroso, diminuisce, il bambino comincia a rilassarsi e a guardarsi intorno. La madre allora diventa più attiva; se il bambino è assonnato, cercherà di stimolarlo, ad esempio scuotendo leggermente il seno, parlando o cullando dolcemente il piccolo. La madre è come un direttore d’orchestra (talvolta il direttore è il bambino): fa entrare in azione diversi strumenti (scuote, fa oscillare, parla) e regola il volume quando è necessario per mantenere il bambino al giusto livello d’eccitazione e di attenzione. Quando il bambino è al confine tra il continuare a succhiare e l’addormentarsi, se la madre sente che il piccolo può prendere ancora un po’ di latte, cercherà di modulare dolcemente il suo stato di vigilanza: le serve solo un violino, può prendere allora una manina del piccolo nella sua mentre lui è ancora al seno e cominciare una danza lenta e tranquilla. Quanto di questi primi scambi ci comunica il silenzio? Ascoltiamo tutte le gradazioni della musicalità dell’incontro clinico, specialmente con i pazienti adolescenti, permettendoci di contattare i livelli profondi e primitivi, grazie all’utilizzo della bussola del nostro controtrasfert.

Silvia Cimino

Michot S, Matha C (2025).

Le cri des silencs: à mots couverts.

Adolescence, 43, 2, 223-232.

Questo interessante articolo si propone di affrontare il tema dei silenzi e la funzione che essi svolgono nella terapia con adolescenti, osservando il fenomeno da un vertice specifico: le situazioni di abuso, in particolare l’incesto. L’articolo suggerisce di esaminare la maniera in cui questi silenzi si inscrivono all’interno delle relazioni di transfert come luogo di messa in atto del trauma e come tentativo di soggettivare l’indicibile.

I pazienti che portano tracce di violenza riempiono regolarmente le sedute con parole frammentate, emozioni traboccanti e silenzi che pesano tanto quanto proteggono. I silenzi gridano ciò che le parole non riescono ad esprimere. Le parole non possono esprimere ciò che non può essere pensato; l’incesto è impensabile.

Queste riflessioni si basano sui primi mesi di terapia con una ragazza di poco più di vent’ anni i cui silenzi, rappresentati dalle sedute regolarmente saltate senza preavviso, creando una regolare alternanza tra presenza e assenza, non mancavano di fare rumore e di riecheggiare nella mente della giovane terapeuta. Emerge una loro funzione attiva e vengono presentati come una fase di transizione che apre all’interno del transfert la strada verso una possibile elaborazione di ciò che non poteva essere espresso in altro modo.

Ciò che la terapeuta aveva inizialmente scambiato per sfida, in realtà preannunciava già la dinamica transfert – controtransfert in atto nella relazione. La terapeuta stessa si preoccupava della sua capacità di recepire le parole di Lucie, impregnate com’erano dell’esperienza traumatica e si interrogava sul suo ruolo transferale. Ciò che le faceva provare incessantemente, saltando regolarmente le sedute senza dire una parola, era solo un’eco di ciò che stava vivendo lei. Lucie lasciava la terapeuta sola nel silenzio, senza sapere, senza capire.

Attraverso questo caso clinico, le autrici mostrano come la libertà di parola sia in un certo senso una mera illusione nei casi di incesto e di abuso in generale. Un’illusione nel senso che le parole non possono esprimere, tradurre o trasmettere la piena portata dell’impatto del silenzio. Un’illusione nella misura in cui parlare da sostanza all’impensabile nella realtà e non fa che rendere ancora più profondo l’abisso della violenza del trauma.

Per concludere, le assenze di Lucie possono essere interpretate come un’indicazione di una temporalità psichica sospesa in cui il trauma rimane in attesa di una possibile elaborazione. I silenzi di Lucie si offrono come modalità difensiva contro l’intrusione di un discorso che attribuirebbe significato a ciò che deve rimanere privo di significato. Tuttavia, questi silenzi ci permettono anche di udire l’eco di un tentativo di appropriarsi di una storia che non può essere raccontata se non attraverso e per mezzo dei silenzi. Pertanto, questa alternanza di presenza – assenza, è espressione non tanto di resistenza, quanto di un processo di elaborazione silenzioso, seppur rumoroso, in cui lo spazio del transfert diventa, a posteriori, un luogo di sperimentazione per la sopravvivenza.

In questo contesto, quindi, la relazione transfert – controtransfert si configura come uno spazio per la progressiva soggettivazione del trauma. I silenzi vanno qui intesi come un processo attivo e dinamico, un modo di sperimentare la possibilità di un legame che non sia né di sottomissione né di autonegazione. Mentre l’atto incestuoso ha sospeso per un certo periodo il processo adolescenziale, congelandolo in uno stato impensabile, i silenzi, a loro volta, si sono offerti come modalità di elaborazione del trauma, e la relazione di transfert, intrisa di questi scambi, ha permesso a Lucie di aprirsi uno spazio per l’elaborazione psichica e l’appropriazione della sua storia soggettiva.

Agata Flori

Werbart A, Brody M, Carlsson L (2025).

Obstructive silence in work with adolescence: a phenomenological study of psychotherapists’ experience.

Counselling Psychology Quarterly, 38, 4, 797-818.

L’articolo presenta una ricca riflessione teorica ed una ricerca qualitativa sul silenzio del paziente in seduta, in particolare di quello che gli autori svedesi chiamano “silenzio ostruttivo”. Per silenzio ostruttivo intendono un silenzio legato al ritiro del paziente in stati di vuoto e disconnessione, fortemente correlato a reazioni negative nei confronti del terapeuta e ad esiti terapeutici negativi; un tipo di silenzio comune nella psicoterapia adolescenziale, che espone il terapeuta a intense difficoltà nel controtransfert e mette il legame terapeutico a rischio.

Werbart, Broby e Carlsson partono da una disamina dell’ampia letteratura psicoanalitica sul silenzio, sin dai suoi inizi con Freud e Ferenczi, e mostrano il progressivo cambiamento di prospettiva da un silenzio letto solo come difesa/resistenza ad un silenzio inteso come forma di comunicazione di contenuti non verbalizzati o verbalizzabili, che accende intensi vissuti controtransferali. Espongono poi una serie di recenti studi qualitativi e quantitativi sulle molteplici origini, funzioni ed effetti del silenzio sul terapeuta, sul paziente e sul processo terapeutico stesso. A partire da tali studi vengono illustrate le scelte di metodo e di contenuto operate nella presente ricerca: uno studio qualitativo sul silenzio ostruttivo con pazienti adolescenti, condotto in Svezia tramite interviste semistrutturate a psicoterapeuti di orientamento psicodinamico, focalizzate sul vissuto controtransferale ed analizzate con la metodologia particolarmente rigorosa dell’Analisi Fenomenologica Interpretativa.

L’analisi delle interviste, di cui sono riportati anche ampi stralci estremamente evocativi, mette in luce le molteplici sfumature dell’esperienza soggettiva dei terapeuti, i loro pensieri, le reazioni corporee e le intense emozioni negative (rabbia, impotenza, frustrazione, vergogna, hopelessness) associate in particolare ai lunghi silenzi ed alle oscillazioni improvvise tra connessione e disconnessione, sia con il paziente che con se stessi. Tali emozioni negative sembrano scuotere la fiducia nelle proprie capacità terapeutiche e far vivere al terapeuta momenti di intenso rifiuto e odio verso il paziente. Viene ipotizzato che il silenzio funzioni come un processo intersoggettivo congiunto tra terapeuta e paziente: i terapeuti partecipano attivamente alla creazione, al mantenimento e alla risoluzione dei silenzi. Così, per esempio, nel percepire il silenzio degli adolescenti come un proprio fallimento troppo doloroso da sopportare, i terapeuti possono essere indotti loro stessi a un ritiro in un silenzio di sfida offensiva, oppure a uno sforzo zelante ed eccessivo per ristabilire il contatto, ad esempio parlando di più o più velocemente del solito – entrambe reazioni che finiscono per lo più ad alimentare ulteriormente il silenzio ostruttivo del paziente.

Dallo studio emerge come la consapevolezza del terapeuta di quanto i silenzi prolungati comunichino desideri, bisogni ed esperienze dei pazienti che necessitano di integrazione e accettazione, oppure di quanto il proprio senso di incompetenza e hopelessness derivi anche dall’identificazione con sentimenti di disperazione e rassegnazione dell’adolescente, possa essere d’aiuto nel contenere sia le proprie emozioni che quelle del paziente. La capacità di tollerare l’odio e i sentimenti di inadeguatezza nel controtransfert riduce il rischio di circoli viziosi di silenzio in seduta. Accanto a ciò gli autori sottolineano lo stretto intreccio tra i vissuti controtransferali del terapeuta e le difficoltà specifiche della fase adolescenziale, come la grande fatica dell’adolescente ad articolarsi e ad entrare in contatto con le proprie emozioni, il bisogno di nascondersi e l’altalena tra bisogni di differenziazione dall’adulto da una parte e invece tendenze regressive e desideri di fusione al di là della parola dall’altra parte. Tali caratteristiche specifiche connotano il silenzio, nella terapia di adolescenti, di significati diversi rispetto a quelli che può ricoprire in età adulta, ed hanno significativi risvolti sulla tecnica, su cui gli autori invitano ad interrogarsi. Così, ad esempio, un terapeuta che attende rimanendo anch’egli in silenzio, potrebbe essere vissuto dall’adolescente come un adulto abbandonico, che lascia il peso del silenzio all’adolescente e lo rende ancor meno in grado di contattare e verbalizzare i propri sentimenti; al contempo interpretazioni del silenzio da parte dell’analista sono facilmente troppo precoci, e possono essere sentite come intrusive, tali da generare ulteriori silenzi dell’adolescente.

Le conclusioni dello studio suggeriscono che il lavoro intenso sul proprio controtransfert, anche somatico, che il terapeuta deve compiere rispetto ai momenti di silenzio ostruttivo siano una condizione preliminare per qualunque altro tipo di intervento terapeutico, in quanto permette di sopravvivere nelle proprie funzioni terapeutiche, di non abbandonare il paziente e di ristabilire un legame con il paziente, anche quando si è confrontati con intensi vissuti di distacco, rabbia, vergogna e frustrazione. Compito del terapeuta sarebbe infatti quello di ospitare e proteggere le esperienze intollerabili e scisse, tagliate via dal giovane, nascoste nei momenti di silenzio e non ancora accessibili se non attraverso il controtransfert del terapeuta, finché il paziente non è in grado di riconoscerle come parte di sé.

Riteniamo estremamente preziose le numerose citazioni che l’articolo propone direttamente dalle interviste: mettono chi legge a contatto con le emozioni intense o i veri e propri “buchi neri” che si aprono nel terapeuta, tanto quanto con gli sforzi intensi compiuti per tenere in vita il legame terapeutico. Esse sottolineano l’importanza centrale che per ognuno di noi riveste la capacità di riconoscere e differenziare diverse qualità di silenzio.

Veronika Garms

*Rubrica a cura di: F. Gigli (coordinatrice), L. Baldassarre, M. Carboni, S. Cimino, L. De Rosa, A. Flori, V. Garms, A. Rizzo.