Scrapper

Regia di Charlotte Regan (2023)

erika michela conversano

Scrapper è un film del 2023 che segna l’esordio di Charlotte Regan alla regia di un lungometraggio. La narrazione ha la perturbante capacità di muoversi su più registri, passando da quello più leggero, umoristico e infantile a toni più seri, dolorosi e introspettivi, senza mai sfociare nel sentimentalismo, nonostante i temi impegnativi che vengono trattati, come il lutto, la solitudine, l’abbandono. La sofferenza non viene mai esibita ma tenuta ai margini, come una presenza invisibile, come accade spesso nelle esperienze traumatiche non mentalizzate.

La protagonista di Scrapper è Georgie, una ragazza di 12 anni che ha sempre vissuto da sola con sua madre fino a che quest’ultima è venuta a mancare. Georgie si riorganizza in modo astuto e ingegnoso, suscitando quasi l’ammirazione del pubblico, per continuare la sua vita da sola senza adulti che si occupino di lei. La vediamo alle prese con stratagemmi per eludere i controlli dei Servizi Sociali, o impegnarsi nel furto di bici insieme all’amico Ali, pur di racimolare soldi per pagare le spese.

La regia accompagna queste modalità di Georgie con un tono vivace, quasi ludico, che attenua la percezione del rischio e del dolore. Lo spettatore si sente spinto ad allearsi con lei, adottando il suo ritmo e sintonizzandosi sulla sua capacità di trasformare una condizione drammatica in una sorta di gioco di sopravvivenza.

La cornice che fa da sfondo alla storia è una periferia londinese caratterizzata da casette colorate come in un disegno infantile, dove il vicinato, che potrebbe diventare comunità e supporto per Georgie, in realtà sembra piuttosto appiattito a livello relazionale, in una dimensione in cui predomina la presenza di personaggi femminili e di famiglie senza padri.

La perdita della madre non viene raccontata né elaborata. Georgie non ne parla, l’unico accenno è un check periodico su un foglio appeso al frigo su cui sono riportate le varie fasi del lutto: un tentativo di raccontare a se stessa di stare elaborando il proprio dolore.

Nonostante ciò, l’assenza della madre sembra farsi presenza costante nella sua vita e nelle scene del film. Georgie non vuole spostare neanche i cuscini del divano dalla posizione in cui erano quando era ancora presente sua madre, tutto sembra rimanere bloccato al fine di negare un dolore impossibile da esperire e a cui nessuno porge un autentico ascolto. Alcuni elementi di questo tempo circolare diventano segreti da custodire: appare ogni tanto, in una stanza chiusa a chiave, una sorta di astronave che Georgie sta costruendo con i resti delle bici rubate, per poter raggiungere sua madre “in cielo”; così come anche i video che la ritraggono insieme a sua madre e che la ragazza si concede di guardare in alcune occasioni, quando rimane da sola: un appiglio a cui sembra doversi periodicamente aggrappare per continuare a negare i cambiamenti avvenuti nella sua vita.

Il tempo narrativo e i rituali quotidiani assumono una qualità simbolica: la ripetizione delle azioni, la cura degli oggetti evidenziano il tentativo di congelare il lutto. La casa assume in questo senso un valore psichico centrale. È uno spazio che Georgie controlla, difende, nasconde. Non è solo un luogo fisico, ma una sorta di involucro psichico in cui la protagonista si avviluppa e dove tenta di mantenere inalterata una dimensione di negazione e onnipotenza. Nelle riprese, lo spazio della casa viene rappresentato proprio come se fosse un’estensione del mondo interno della bambina: un luogo chiuso e autosufficiente. La regia sembra enfatizzare il contrasto tra spazio interno ed esterno: gli esterni luminosi e colorati della periferia risultano dissonanti rispetto alla gravità della situazione, mentre gli interni rivelano la complessità emotiva e la tensione psichica della protagonista.

Georgie vive da sola nonostante la sua tenera età: questa è la modalità attraverso la quale cerca di affrontare, o meglio di far fronte alla dolorosa esperienza della perdita. La teorizzazione di “rifugio della mente” di Steiner (1997) appare ben rappresentare il tentativo, a fronte di istanze esterne insopportabilmente dolorose, di rifugiarsi in un luogo psichico protetto dove i rapporti con l’esterno vengono interrotti.

In questo scenario di solitudine iniziale, l’unico legame relazionale significativo è quello di Georgie con Ali, suo amico fidato con cui condivide momenti di complicità e divertimento; è, di fatto, la sua unica famiglia, ma neppure a lui riesce di riportarla con i piedi per terra e a convincerla ad affrontare la dimensione di negazione in cui si ostina a voler rimanere chiusa.

Georgie, come vediamo già nell’incipit, sostiene “Me la cavo da sola, grazie!”: in questa dimensione autarchica, la ragazzina, come “una tipa veramente tosta” si organizza difensivamente rinunciando in modo traumatico alla possibilità di dipendere da qualcuno, da un adulto che possa prendersi cura di lei. L’autosufficienza diviene manifesto della sua competenza pseudo-matura ma il prezzo da pagare è quello di una vita emotiva e relazionale in cui nulla trova spazio.

A turbare gli equilibri di questo apparato messo in piedi da Georgie, irrompe nella scena suo padre Jason che non l’ha mai conosciuta e non si è mai occupato di lei. Jason non arriva come un padre salvifico, tutt’altro: anche lui sembra poco più che un adolescente, i capelli tinti di biondo e poca maturità a livello affettivo. Jason arriva a casa della figlia come alla ricerca di qualcosa: forse di un suo posto e di una definizione identitaria più matura. Si introduce dentro casa di Georgie, e nella sua vita, imponendo concretamente la sua presenza, ma di fatto sembrano ben poche le sue capacità di assumere un ruolo genitoriale e di svolgere una funzione di contenimento e di rêverie per la figlia. Sembra sia difficile misurarsi per la prima volta con l’esperienza di paternità.

Eppure, proprio la possibilità di aprire un conflitto e di esprimere la rabbia e la delusione, per il presente ma anche per il passato, rivendicata da Georgie, mette in moto delle strade relazionali nuove, differenti, a questo punto per entrambi.

Nella sua fragilità, Jason tenta di rimanere saldo di fronte agli attacchi che Georgie gli sferra lasciandolo fuori casa, provocandolo, sminuendolo. Se inizialmente sembra confermarsi deludente e inadeguato proprio come Georgie se lo aspetta, Jason sembra trovare il suo riscatto, scena dopo scena, attraverso la sua presenza costante. In questo attacco feroce che la protagonista fa all’oggetto e al legame, che potrebbe diventare troppo rischioso da investire nuovamente, Jason si configura come un oggetto sufficientemente solido da sopravvivere agli attacchi e da tollerare l’aggressività e la spietatezza con cui la figlia lo mette alla prova.

È molto interessante notare come sia proprio la relazione con la madre, anche qui presente nonostante la sua assenza, a fare da ponte a questo incontro più autentico tra Georgie e suo padre. La maglia che la ragazza indossa ossessivamente scopriamo essere proprio di suo padre, nonostante lei pensasse fosse di sua madre; così come, prima della scena finale in cui padre e figlia si aprono a un dialogo più autentico ed emozionato, sarà proprio un messaggio della madre in fin di vita ad aprire alla possibilità per Georgie di cogliere la mano che Jason le sta faticosamente tendendo.

Le difese di Georgie iniziano a incrinarsi. Il crollo non è spettacolare, ma silenzioso, quasi trattenuto. È il momento in cui l’angoscia depressiva può finalmente emergere: la tristezza, la solitudine, la paura di non essere tenuta nella mente di nessuno.

Il film costruisce uno sguardo calibrato sullo spettatore: inizialmente lo induce a identificarsi con le difese di Georgie, ridendo e ammirando la sua astuzia, ma gradualmente lo espone al dolore latente, facendo percepire la tensione tra sopravvivenza e vulnerabilità e accompagnando il pubblico, attraverso le scelte della regia, in un viaggio nel mondo interno di Georgie, dalle difese fino allo svelamento di sentimenti più intimi.

Scrapper può essere letto come il racconto di un passaggio dalla posizione schizo-paranoide alla posizione depressiva. All’inizio del film, Georgie è organizzata attorno a scissione, onnipotenza e negazione del bisogno. Nel corso della narrazione queste difese vengono progressivamente messe sotto scacco dalla relazione con il padre. Alla fine, ciò che si apre non è una soluzione, ma una possibilità: la possibilità di sentire il dolore senza esserne distrutti e di riconoscere la dipendenza senza viverla come annientante.

Il film rifiuta consapevolmente una chiusura consolatoria. Il lutto non è “risolto”, il padre non diventa un eroe riparativo, la fragilità resta. Questo rende Scrapper particolarmente onesto e realistico nel modo in cui descrive i sentimenti, le difese, le relazioni e le trasformazioni, rendendolo quindi molto interessante dal punto di vista psicoanalitico. Non si tratta di una narrazione di guarigione, ma dell’inizio di un processo psichico: il passaggio dall’agire al sentire, dalla sopravvivenza onnipotente al rischio del legame.

*Rubrica a cura di E. Fondi, M. Rossi (coordinatrici), L. Cocumelli, G. D’Amato, A. Gentile.