Adolescence

Regia di Philip Barantini (2025)

giovanna maria d’amato

Miniserie britannica su Netflix, Adolescence pone domande inquietanti allo spettatore sulla dirompente aggressività che circola oggi nel mondo degli adolescenti, spesso accompagnata da una scarsa consapevolezza del suo significato e delle sue conseguenze. Cosa scatena tanta violenza? E perché gli adulti sembrano così impreparati e fragili di fronte ad essa?

In Adolescence la violenza irrompe sulla scena sin dagli inizi, quando vediamo due agenti piombare all’alba, con l’espressione minacciosa e le armi in pugno, nella casa della sbigottita famiglia di un adolescente, accusato dell’omicidio di una coetanea. James ha un visetto d’angelo, il corpo minuto, i pantaloni del pigiama penosamente bagnati: sembra un bimbo alle prese con un grande spavento o con l’intransigenza degli adulti.

Seguiamo il ragazzo e la sua famiglia con un appassionato sentimento di solidarietà, convinti come loro che debba esserci un terribile errore... Solo per un attimo il padre gli chiede se è davvero colpevole ed entrambi non mostrano tentennamenti, il ragazzino nel negare, il padre nel credergli. Eppure, alla fine della prima puntata abbiamo già appurato che invece James è davvero colpevole, senza ombra di dubbi. Da quel momento la vicenda scorre nel tentativo di capire perché e come si sia arrivati a tanto, in una vita apparentemente quieta, una famiglia apparentemente amorevole, una banalità di vita (e penso alla banalità del male), una quotidianità fatta di scuola e scambi tra coetanei non dissimile da quella di tanti, che nasconde il torbido sotto la superficie.

Adolescence si inscrive crudamente nella nostra contemporaneità: i telegiornali denunciano ogni settimana risse tra coetanei, dove non di rado si perde la vita o si riportano gravi ferite. Il ricorso all’atto sembra la via più facile e veloce per risolvere i conflitti, spesso apparentemente futili se guardati dall’esterno, ma probabilmente molto più devastanti su un piano interno dove questi ragazzi non sono attrezzati a fare i conti con la realtà.

La serie si articola in quattro puntate: dopo la prima in cui il tema viene annunciato senza sconti, la seconda esplora il contesto scuola, la terza occupa per intero una seduta con la psicologa che deve stendere la perizia, l’ultima si svolge nella famiglia. In questo mio commento vorrei soffermarmi in particolare sulla figura del padre, che viene scelto da James come tutor per essere accompagnato nell’iter processuale.

Ci sono due padri nella storia: uno è il padre di James, l’altro è l’ispettore di polizia, il cui figlio, Adam, frequenta la stessa scuola e la classe della ragazza uccisa. Entrambi esprimono la fatica di essere genitori, una delle “professioni impossibili” di cui parla Freud (Analisi terminabile e interminabile, 1937). L’ispettore si reca a scuola per le indagini, affrontando il disagio di trovarsi nella veste di poliziotto a tu per tu col figlio e i suoi compagni. Egli confessa alla collega che l’accompagna il pensiero di “non esserci proprio tagliato”, parlando del mestiere di padre, non di quello per cui è lì. Molto significativo l’accostamento tra i due ruoli, dove si capisce che se il lavoro investigativo, che si muove tra margini di concretezza ed esteriorità, può trovare un risultato tra i fatti, scoprendo il movente che ha spinto il ragazzo all’assassinio, quello del padre non riesce a trovare spiegazioni alla tempesta emotiva che ha generato la catastrofe.

Una battuta del padre di James suona così: “stava sempre in camera sua, al computer... che poteva fare di male?”. Un pensiero, questo, che ci dice quanto lontano e segreto sia il mondo dei giovani, ma anche quanto sia pericoloso dimenticare che il lavoro evolutivo, con le sue difficoltà a volte drammatiche è quello di sempre. Come si diventa adulti? Chi si vuole essere? Cos’è essere maschio o femmina? Come si fa ad essere accettati dal gruppo e non restare emarginati, come essere riconosciuti per quello che si è, in definitiva: come farsi amare? I moderni strumenti di cui i ragazzi dispongono, e che usano con molta più disinvoltura di tanti genitori, sono vettori di un duplice e ambiguo messaggio di protezione e di attacco. Se da un lato la rete permette loro di non affrontare direttamente l’esterno, confortando ma anche rafforzando difficoltà sociali e relazionali, dall’altro li espone al mondo virtuale dove le peggiori leggi del branco, competizione, aggressività, umiliazione, valicano i muri con tutta la ferocia di cui sono carichi i sentimenti quando si radicalizzano. Ragazzi che uccidono, ragazzi che si uccidono: ragazzi che, di fronte al grande lavoro dell’adolescenza – identificarsi, disidentificarsi, soggettivarsi – spesso non trovano le necessarie risorse e ricorrono a gesti estremi.

A scuola gli insegnanti, anch’essi figure genitoriali, appaiono smarriti e continuamente in stato di scacco di fronte alla turbolenza dei ragazzi, che agiscono un’aggressività beffarda e spietata o, al massimo, sono preoccupati di finire nei guai. Se c’è un barlume di consapevolezza che possa stimolare il senso di colpa rimane nell’area della paura della punizione, molto lontano da un vissuto depressivo che possa avviare una riparazione.

Come descriverebbe Bion questi gruppi? Forse in perenne posizione di attacco/fuga, non in una posizione di gruppo di lavoro.

“C’è sempre la stessa puzza nella scuola”, dice il sergente, e si capisce che sta parlando di una situazione che suggerisce una mancanza di pensiero e di affetto, nel luogo deputato alla loro crescita.

I due adolescenti, Adam, il figlio dell’ispettore, e James, il giovane assassino, spiegheranno agli adulti qualcosa della vita degli adolescenti sui social, dove possono avere l’illusione di avventurarsi da soli in nuove strade senza allontanarsi troppo dalla protezione della loro camera.

Adam chiarirà al padre il vero significato delle emoticon sui messaggi dei ragazzi, del tutto fraintesi dagli investigatori.

James spiegherà alla psicologa che esiste una teoria secondo la quale solo il 20 per cento degli uomini riscuote il favore delle donne: agli altri non resta che aggregarsi in branco e coltivare l’odio. È una sottocultura diffusa tra gli adolescenti che alimenta il sentimento di inferiorità e di emarginazione, compensandolo con una rabbia feroce e legittimata verso il femminile rifiutante: non lascia spazio alla riflessione, coltiva il risentimento e lo trasforma in giustizialismo. Infatti non si avverte rimorso in James, l’odio che esprime per la ragazza uccisa trova ragione nel rifiuto di lei, quando con disprezzo lo ha classificato come incel (celibe involontario), destinandolo a quell’ottanta per cento di uomini che le donne non scelgono.

James, come succede a molti adolescenti, non riesce ad osservarsi indipendentemente dall’immagine di sé che attribuisce agli altri, o che gli altri dicono di avere di lui. “Sono brutto”, ripete più volte, mentre cerca disperatamente di ottenere dalla psicologa una dichiarazione di simpatia, “ma almeno ti piaccio un po’?”. Forse questo è il momento più toccante dell’incontro in cui, dietro il mostro che sembra non avere consapevolezza della portata di quello che ha fatto, emerge il bisogno del bambino di essere riconosciuto amabile e quindi amato.

L’adolescente si posiziona su un crinale scivoloso tra l’infanzia e l’essere grande, dove se da un lato riaffiorano i suoi bisogni primitivi, e primitive angosce, dall’altro si sente in diritto di esprimere sentenze di vita o di morte, di affermare la sua identità con la vendetta e la violenza. Sembra che manchi la possibilità di sostare in un territorio incerto, dove cercare chi e cosa diventare, che manchino risorse per aspettare, provare, fallire, ritentare, essendo troppo grande il sentimento di inadeguatezza. Questo accade soprattutto quando nell’infanzia non si è potuto sperimentare abbastanza fiducia nelle proprie risorse, quando è mancato uno sguardo autentico e autenticamente apprezzante le qualità del bambino. Di fronte all’irrompere dell’antica angoscia ci si rifugia nella comunità dei pari con cui condividere fantasie persecutorie quanto onnipotenti.

Giuliana Milana (2006)1 parla di mancanza di pensiero autoriflessivo e di disprezzo del proprio sé corporeo come aspetti che si ritrovano nei ragazzi con manifestazioni violente, che in James sono molto rappresentativi della sua condizione d’essere al momento in cui si svolge la storia. Come poteva rivalutarsi dopo essere stato impietosamente classificato incel dalla ragazza da cui ambiva essere visto e apprezzato, lui che “sa” di essere brutto? Occorre la funzione paterna della regola per costruire la capacità di tollerare la frustrazione dell’incertezza, le sconfitte che incorrono non solo come accidenti ma come necessari ingredienti nell’avventura di crescere. Forse è un barlume di questa coscienza che fa sì che James si rivolga al padre all’inizio della storia, per farsi accompagnare nel suo percorso con la giustizia.

La vita precedente della famiglia non mostra grossi traumi apparenti, la storia che affiora nel doloroso rimuginare del padre rivela un bambino che si sforza di compiacere le aspettative del genitore, e un genitore che, pur amandolo, lo vorrebbe diverso, più competitivo, più duro. Entrambi, separatamente e in momenti diversi, ricordano la scuola di calcio a cui il padre lo accompagnava quando era bambino, un’attività che a James non piaceva, e l’imbarazzo penoso del genitore quando il bambino sbagliava. “Guardava da un’altra parte”, dice James alla psicologa; “non riuscivo a guardarlo quando sbagliava”, dice il padre.

Questo mi sembra un punto importante che apre uno squarcio sui primi anni di James, durante i quali forse non era molto visto, ma piuttosto sembrava il ricettacolo di proiezioni paterne. James era un bambino al quale piaceva stare al tavolino a disegnare ma il padre voleva che lui fosse forte, competitivo, aggressivo. Forse James è arrivato alle soglie dell’adolescenza con un’immagine di sé sbiadita, poco sostenuta da un oggetto genitoriale invadente, in un ambiente familiare poco riflessivo, magari con una modalità di affrontare le difficoltà che ricorreva all’atto piuttosto che alla simbolizzazione. Lo vediamo, ad esempio, quando la famiglia, nel giorno del compleanno del padre, si sforza di festeggiare in maniera normale, espellendo la pena che li schiaccia nella rabbia verso i vicini pettegoli, nella reazione furiosa del padre verso i ragazzi che hanno scritto parole ingiuriose sul suo furgone, anche nella proposta della madre di cambiare città, andare da qualche altra parte con l’illusione di poter ricominciare daccapo. Dall’inizio della vicenda il padre sembra indossare una maschera che oscilla tra l’inebetito di chi non comprende e il ghigno rabbioso di chi sta lottando col mondo, e non vuole darsi per vinto.

La fragilità è bandita, è un’offesa, e questa è senz’altro una cifra della società attuale. È la via di fuga dalla fragilità il ricorso alla violenza? Forse quei ragazzi, che impietosamente insultano e sbeffeggiano i familiari del ragazzo, sono a loro volta spaventati dalla scoperta dentro di sé di un mondo pulsionale affascinante e tremendo, difficile da maneggiare senza strumenti adeguati. Si invoca l’educazione affettiva nella scuola, ma è difficile pensare ad una effettiva incisività da parte di una istituzione a sua volta fragile, in un mondo dove sempre più vediamo affermarsi a tutti i livelli la legge primitiva del più forte, in ossequio alla prevalenza del principio di piacere su quello di realtà, dove il dolore, invece di essere occasione di crescita, è qualcosa da nascondere o negare, e la frustrazione marchia con lo stigma della “sfiga”. In una società siffatta il limite non contiene, deve solo essere scavalcato, e forse è per questo che i riflettori sono puntati soprattutto sul padre nel dipanarsi della storia.

Questo padre pensa di non essere mai stato violento con James, come è stato invece suo padre con lui; ma non sopportava di vederlo “imbranato”, perciò cercava di fargli acquisire sicurezza portandolo in palestra a fare sport aggressivi che non gli piacevano, e ora cerca invano nella stanza del figlio delle tracce che possano aiutarlo a capire. Alla fine piange sconsolatamente abbracciato a un pupazzo di peluche, come cercando rifugio nella memoria degli anni infantili di James, quando pensava di conoscerlo ed aveva ancora qualche fiducia nei suoi sforzi di essere un buon genitore. Le parole e la musica di “Through the eyes of a child” sottolineano il disperato bisogno del padre di poter vedere come sono andate veramente le cose nel cuore e nella testa di James, guardare coi suoi occhi, ma non trova risposte alle sue domande: cos’ha sbagliato, cosa è andato storto, perché è accaduto tutto questo.

Il poliziotto può pensare di trovarle, le risposte, quando scopre, grazie al figlio, i perversi meccanismi della subcultura di cui si alimentano tanti adolescenti, così come le donne trovano la risposta ai femminicidi nella cultura patriarcale o, come tutti crediamo, giustamente, che lo sdoganamento del sopruso e dell’uso della forza nei rapporti tra paesi e culture vada a sollecitare gli istinti aggressivi che la società con tanto disagio tenta di calmierare. Ma non è sufficiente.

Mi sembra necessario riscoprire e valorizzare il pensiero riflessivo, educare alla capacità negativa che consente di tollerare la sofferenza senza perdere la speranza, in definitiva trasformare la frustrazione in pensiero invece che in violenza, sola possibilità di fare prevalere l’istinto vitale sul narcisismo mortifero e distruttivo che sembra la caratteristica del nostro tempo.

*Rubrica a cura di E. Fondi, M. Rossi (coordinatrici), L. Cocumelli, G. D’Amato, A. Gentile.

1Milana G L, Pubertà e violenza. In: Carbone Tirelli (a cura di). Pubertà e Adolescenza. Roma: Franco Angeli, 2006.