Recensioni

Freud S, Abraham K. Lettere 1907-1925. Edizione integrale. Roma: Alpes Italia, 2024. Pagine 670. Euro 44,00.

Nel 2009, al momento della pubblicazione in lingua tedesca del libro Lettere 1907-1925, i curatori Ernst Falzeder e Ludger M. Hermanns (per la casa editrice viennese Turia + Kant), decidevano di dare alle stampe un’edizione integrale nella lingua originale del carteggio: “Freud è divenuto anche cronologicamente una figura storica, le sue lettere sono sempre più accessibili nei vari archivi in cui sono depositate, tutti gli altri attori sono nel frattempo morti e l’interesse dei ricercatori si è esteso ad aree escluse dalla storiografia precedente” (pag. IX).

Il volume sul carteggio integrale intercorso tra Freud e Abraham negli anni 1907 - 1925, terminato di tradurre per l’edizione italiana nel 2023, è il primo della nuova Collana “Carteggi freudiani” della Casa Editrice Alpes. È un libro di 670 pagine complessive, di cui le prime 13, dopo il frontespizio e l’indice generale, sono dedicate alla presentazione della Collana e alle note di introduzione al carteggio, 590 sono quelle comprendenti le lettere tra i due corrispondenti. Seguono 45 pagine di notizie bibliografiche riguardanti i vari personaggi descritti nelle lettere. La Bibliografia generale è di 22 pagine. Le note a piè di pagina sono circa 18.000.

Dal 13 settembre 1913, di tanto in tanto, nelle lettere compare il saluto, a mo’ d’incitazione, “coraggio, Casimiro!” che prende origine da un racconto fatto da Abraham a Freud: nel corso di una faticosa scalata in montagna, giunto a destinazione con i due alpinisti che lo accompagnavano, avevano cucinato della carne che nel frattempo era andata a male; uno dei due accompagnatori dice all’altro per spronarlo a mangiare: coraggio Casimiro (in italiano nel carteggio).

In questo epistolario i due corrispondenti esaminano temi di grande rilievo con una ricchezza di trattazione che spesso supera quella delle pubblicazioni; la loro pulsione epistemofilica attrae subito il lettore, mettendolo in intimo contatto con una esperienza profonda di partecipazione. Due uomini di genio si confrontano su delle intuizioni teoriche per creare e consolidare una delle più grandi rivoluzioni del pensiero scientifico del Novecento.

Innanzitutto le riflessioni sulla metapsicologia che, sin dall’inizio, non si allontana mai dalla dimensione clinica: il giovane allievo comincia subito a sottoporre al Maestro le sue osservazioni: “per quanto riguarda la questione della melanconia, che ha toccato nella Sua lettera, posso riferirle che da tempo ho in osservazione un caso particolarmente istruttivo di “ciclotimia” (…) (Abraham, pag. 156). “Per quanto riguarda il feticismo dei piedi si dà il caso che possa darle qualche indicazione grazie ad alcune indagini di questi ultimi giorni” (Freud, pag. 85).

Tra le tematiche esplorate la dementia praecox: “il mio lavoro appena terminato si è occupato del libro di Schreber e, a partire da esso, ha cercato di fare luce sull’enigma della paranoia […] ho preso la via indicata dal Suo lavoro sulle differenze psicosessuali fra isteria e dementia praecox” (Freud, pag. 125). Lo scambio epistolare è ricco di riflessioni orientate a individuare i diversi funzionamenti clinici: una autentica clinica differenziale, le perversioni, il feticismo, le psicosi, il sadismo, la melanconia. “Non è per difendere la priorità, ma solo per sottolineare il nostro accordo, che in quel periodo anch’io presi le mosse dal paragone tra la depressione melanconica e il lutto. Mi sono poi appoggiato sul Suo lavoro, all’epoca appena uscito, sulla nevrosi ossessiva (l’uomo dei topi), ho sottolineato l’importanza del sadismo, la cui forza impedisce ogni capacità di amare” (Abraham, pag. 313).

Abraham attribuiva valore euristico a due lavori di Freud – Tre saggi sulla teoria sessuale (1905) e Introduzione al narcisismo (1914) – soprattutto per il supporto che offrivano alla clinica. Successivamente Abraham scrisse “Tentativo di una storia evolutiva della libido sulla base della psicoanalisi dei disturbi psichici” (1924) che integra le teorie freudiane strutturando lo sviluppo psicosessuale in fasi pregenitali e genitali, enfatizzando il ruolo dell’ambivalenza affettiva e l’evoluzione della relazione sessuale. Mentre Freud adottava ancora un livello pulsionale, Abraham, e questo è l’aspetto rivoluzionario, sosteneva che per superare il lutto deve essere ricostituito nel mondo interno l’oggetto perduto come oggetto vivo con il quale è possibile dialogare come memoria, ricordo, nostalgia, ovvero si avvia il modello della relazione oggettuale che verrà successivamente sviluppato da Melanie Klein, analizzata prima, collaboratrice poi, di Abraham.

Benché caratterizzati da una forte vicinanza intellettuale e amicale, si colgono le diverse posizioni dei due nella relazione: Abraham non cesserà mai di rivolgersi a Freud con il titolo di professore; questi, invece, dalla lettera 39 F. passerà ai più familiari “collega” o “amico”. Sovente Freud interviene alle richieste del compagno di lavoro con indicazioni sulla tecnica: “Regole principali:

1 lasciare tempo (Zeit lassen), come recita l’adagio salisburghese. I cambiamenti psichici non si realizzano mai rapidamente, tranne che nelle rivoluzioni (psicosi). […] Non si sa tutto!

2) Il problema: come trovo un modo per avanzare? Non deve esistere. È il paziente che indica la via, mostrando di volta in volta la sua superficie psichica grazie alla stretta osservanza della regola iniziale (dire tutto ciò che gli viene in mente)” (F. pag. 22). Il carteggio mostra come il sentirsi in difficoltà di Abraham, nei trattamenti analitici in cui subentrava la sensazione della stagnazione, trovasse, invece, una spinta positiva attraverso gli interventi di Freud che, con ascolto interattivo costante e paziente, utilizzava quanto appreso dalla propria esperienza.

Questo epistolario consente al lettore di avvicinarsi alla diversificazione dei temi, così emerge un Freud editore che sceglie, corregge, seleziona i lavori degli allievi, ma anche un Freud politico attento a vigilare affinché il nascente movimento psicoanalitico non venga travolto da conflitti e rivalità: “Stekel ha preso la sua strada. (Ne sono così lieto; lei non può sapere quanta sofferenza mi ha procurato il compito di difenderlo contro il mondo intero)” (F. pag. 169). “Va da sé che finché saremo al potere noi non imiteremo mai la brutalità di Jung” (F. pag. 246). Un dialogo tra pari che contempla opinioni diverse: “Sulla questione Pfister, invece, sono di un’opinione completamente opposta alla Sua, caro Professore! Non eravamo mal informati sul suo conto […] ha rilasciato una dichiarazione al Theologischer Literatur-Zeitung: ‘la psicoanalisi non ha nulla a che vedere con la sessualità’” (A. pag. 264).

“[…] La signora Louis Andreas Salomé ha appena trascorso un po’ di tempo a Berlino. Sono riuscito a conoscerla in modo preciso e devo dire che non ho mai incontrato, prima d’ora, una tale comprensione della psicoanalisi, che ne penetra i dettagli più minuziosi e sottili” (A. pag. 154). Viene poi fatto riferimento al 20 aprile 1914, quando Jung – dopo tante controversie – ¬comunica a Freud le sue dimissioni “in quanto non posso considerarmi la personalità adatta a ricoprire la presidenza (nota 78 pag. 237). Solo due mesi prima della sua morte, quando è presidente della Società Psicoanalitica Internazionale, Abraham risponderà risentito al Maestro: “In circa venti anni tra Lei e me non ci sono mai state divergenze di opinione, a parte quando si è trattato di persone che – con mio grande dispiacere – ero costretto a criticare. Ogni volta si è ripetuto lo stesso processo: Lei sorvolava con indulgenza su tutto quanto vi era di contestabile nel comportamento delle persone in questione; in compenso scaricava su di me tutti i rimproveri che in seguito riconosceva come ingiustificati” (A. pag. 585).

Karl Abraham muore all’età di 48 anni a Berlino, la notte del 25 dicembre 1925, a causa di una setticemia, conseguenza di una broncopolmonite. Solo nel gennaio del 1926 Freud trova la forza di scrivere una lettera di condoglianze a Hilde Abraham.

Lettere 1907-1925 è una lettura intensa, densa, tra due uomini di talento come Freud e Abraham, che si confrontano sulle idee, ma che si espongono anche negli aspetti più umani dell’accadere nella quotidianità. Una relazione tra Maestro e allievo, mossi da una curiosità comune: l’esplorazione della psiche. È una lettura preziosa per chi lavora in ambito psicoanalitico, ma interessante anche per chi abbia curiosità per quel vasto movimento di pensiero esordito all’alba del XX secolo che è la psicoanalisi.

Maria Pia Chiarelli

Nicolò AM. Gli inconsci che ci abitano. Psicoanalisi dei legami familiari e di coppia. Milano: Cortina, 2025. Pagine 264. Euro 24,00.

“Dopo tanti anni di lavoro in tutto il mondo abbiamo cominciato soltanto a intuire cosa avviene nelle organizzazioni fantasmatiche complesse come la coppia o la famiglia. Abbiamo bisogno di nuove teorie ed evidenze cliniche e non possiamo applicare a queste aree la metapsicologia costruita solo per il mondo interno dell’individuo. […] In effetti, questa è la sfida epistemologica che dobbiamo affrontare e, guardando da questa ottica all’intersezione tra l’albero e la foresta, potremmo rimettere in discussione i concetti di normalità e patologia del singolo e problemi che prima ci sembravano insormontabili possono trovare nuove via di trasformazione” (pag. 209).

Il singolo albero, pur apparendo autonomo, condivide con gli altri una dimensione fondamentale: il terreno, da cui trae nutrimento e sostegno attraverso le radici. Questo legame non è solo individuale, ma collettivo, poiché tutti gli alberi attingono alle stesse risorse e risultano interconnessi. Il terreno, infatti, oltre a favorire la crescita, può anche trasmettere condizioni avverse che incidono sulla salute delle piante. Può determinarne la malattia o, alle volte, addirittura la morte.

Mi appoggio a questa immagine, quella dell’intersezione tra albero e foresta, per cercare di catturare il senso profondo dell’ultimo lavoro di Anna Maria Nicolò.

“Gli inconsci che ci abitano” non si limita a ricapitolare decenni di esperienza nel lavoro clinico con coppie e famiglie, piuttosto ricostruisce e stabilisce con forza l’importanza della comprensione del funzionamento individuale attraverso una visione multipla, capace di tenere conto delle caratteristiche e delle peculiarità del ‘terreno condiviso’ su cui poggia e si sviluppa ogni soggetto, oltre che del suo mondo interno.

Una necessità che nasce e prende forza grazie agli sviluppi della teoria, della ricerca e della clinica, ma anche dall’osservazione dei nuovi fenomeni soggettivi e interpersonali, frutto dei cambiamenti socio-culturali della società contemporanea, lontanissima parente di quella società europea di inizio novecento che ha fatto da sfondo alla nascita della psicoanalisi.

L’inconscio viene visto come sistema di trasformazione: non soltanto luogo di deposito statico e misterioso, appartenente al mondo intrapsichico, ma come attività processuale che trae origine dalle primissime interazioni con l’Altro, che si costituisce e funziona anche tra le persone. L’accento viene quindi posto sul livello interpersonale del funzionamento dell’inconscio, nell’ottica di una psiche estesa nel tempo e nello spazio.

Un altro concetto centrale nel volume è quello di legame, inteso come uno spazio terzo intersoggettivo che emerge e si struttura nella relazione tra i soggetti. Esso si configura come il luogo psichico in cui si inscrivono e si attualizzano modalità relazionali, processi identificatori e dinamiche transferali, ma anche come il contenitore di aspetti scissi del Sé, non integrati o non mentalizzati. In questa prospettiva, il legame non è soltanto matrice di sviluppo ma può assumere una valenza patogena, laddove venga organizzato attorno a configurazioni difensive rigide o a contenuti psichici non elaborati.

L’autrice evidenzia, da un lato, come il soggetto umano si costituisca all’interno di una trama di inconsci che lo precedono e lo abitano: la famiglia, in particolare, svolge una funzione primaria nella strutturazione dell’identità psichica, delle fantasie inconsce e delle configurazioni fantasmatiche, nonché delle modalità relazionali e dei processi di simbolizzazione. È infatti nelle prime relazioni oggettuali che si trasmettono i codici affettivi e simbolici attraverso cui l’esperienza viene organizzata, significata e resa pensabile.

Dall’altro lato, tuttavia, l’essere abitati dall’inconscio dell’altro implica anche l’introiezione (o peggio, l’incorporazione) di elementi non elaborati e potenzialmente perturbanti: vissuti traumatici, lutti non simbolizzati, nuclei non mentalizzati e assetti difensivi che possono essere trasferiti lungo le linee della trasmissione psichica transgenerazionale. In tali condizioni, il soggetto può trovarsi a occupare, anche inconsapevolmente, la posizione di contenitore o depositario del dolore psichico altrui, divenendone portatore.

Nicolò individua con chiarezza questi rischi quando descrive le famiglie con funzionamento psicotico, ma li estende anche a condizioni patologiche che vengono solitamente concepite e trattate a livello individuale, come alcune somatizzazioni, difficoltà legate all’identità di genere, esperienze di abuso e agiti violenti.

Mediante un’accurata ricostruzione teorica, ogni concetto è esaminato e approfondito alla luce dei suoi sviluppi. Ma è soprattutto attraverso le varie situazioni cliniche che il lettore può davvero comprendere il senso di questo lavoro. Vediamo agire, nel concreto della seduta, interazioni, organizzazioni difensive transpersonali, modelli relazionali, complessità identificatorie e molto altro. Solo l’attento e puntuale lavoro dell’analista permetterà a questi gruppi di riprendere un sano processo di elaborazione e un normale sviluppo del loro ciclo vitale.

Capitolo centrale del volume, a mio parere, risulta essere quello sul sogno e la sua funzione nei setting di coppia e famiglia. Sogno che viene visto dall’autrice nella sua dimensione polisemica, come espressione del funzionamento interpersonale, frutto del lavoro di una parte dell’inconscio collocata ‘fuori’ dall’individuo.

Riuscire a riconoscere l’uso e la funzione del sogno in questi setting, interpretarlo anche nell’ottica del lavoro collettivo, oltre che come frutto del mondo interno del soggetto che lo porta, permetterà di utilizzarlo per ciò che davvero rappresenta: un elemento di trasformazione nella mente del sognatore e nel funzionamento del gruppo.

Leggendo questo volume ho più volte pensato ai miei pazienti adolescenti, spesso capaci di orientare lo sguardo sul futuro attraverso il linguaggio con cui abitano il presente. Alcuni dei termini oggi utilizzati dai ragazzi risultano particolarmente significativi nel descrivere l’impatto e il potenziale rischio insito nelle relazioni.

È il caso, ad esempio, di “crash”, parola con cui talvolta viene nominato l’Altro di cui ci si innamora perdutamente: un termine che richiama più uno scontro che un incontro, evocando una dimensione potenzialmente violenta, un investimento narcisistico distruttivo. Allo stesso modo, l’uso sempre più diffuso dell’espressione “relazione tossica” sembra restituire con efficacia i rischi relazionali contemporanei, sospesi tra un intenso bisogno di dipendenza e una crescente difficoltà al confronto.

Carlo Giorgi

*Rubrica a cura di C. Candelori (coordinatrice) e C. Trumello.